La potenza emotiva di questo spot è incredibilmente alta, poche volte mi sono emozionato guardando uno spot, ma questo è davvero ben fatto. Per tre volte, nel giro di poco, l’ho guardato, mostrandolo a qualche amico, e per tre volte mi è venuta la pelle d’oca.
Non capisco come ci siano ancora persone che non allaccino le cinture di sicurezza, a volte sento scuse tipo: “la indosso solo in autostrada” o – peggio – che “è meglio non averle perché in caso ci si cappotti…”. Si pensa sempre che gli incidenti capitano agli altri, ci sentiamo immuni. Tempo fa ho perso un amico che in un incidente, era il passeggero e non indossava la cintura, è stato scaraventato fuori dall’auto e poi travolto dall’auto stessa.
Non voglio angosciarvi con questi ricordi e nemmeno voglio mettermi a scrivere di statistiche, di 6000 persone che ogni anno muoiono per incidenti stradali o a dirvi che un tamponamento a 50 Km/h equivale ad una caduta dal quarto piano.
Vi chiedo solo di condividere questo video, nella speranza che possa salvare qualche vita.
Forse qualcuno di voi ha fatto caso alla parola UBUNTU durante le sigle delle trasmissioni sul Mondiale di calcio in Africa.
Ma quanti di voi conoscono davvero il significato di questo termine?
Per molti Ubuntu è sinonimo di Linux (il famoso sistema operativo), ma in questo caso il significato è un altro; anche se credo che “quelli di Linux” lo abbiano scelto proprio per la filosofia che c’è dietro.
Inizio con una citazione di Nelson Mandela a proposito del significato di Ubuntu: <<Una persona che viaggia attraverso il nostro paese e si ferma in un villaggio non ha bisogno di chiedere cibo o acqua: subito la gente le offre del cibo, la intrattiene. Ecco, questo è un aspetto di Ubuntu, ma ce ne sono altri. Ubuntu non significa non pensare a se stessi; significa piuttosto porsi la domanda: voglio aiutare la comunità che mi sta intorno a migliorare?>>
Interessante vero?
In altre parole, Ubuntu proviene dalla lingua Bantu che fa parte del gruppo delle lingue “Niger-Congo” che rappresentano le lingue più parlate nel continente africano.
La filosofia che c’è dietro alla parola Ubuntu esorta a sostenersi ed aiutarsi reciprocamente, prendere coscienza dei propri diritti e dei propri doveri. Una spinta verso una pace che coinvolga tutta l’umanità.
Ecco alcune interpretazioni del senso di Ubuntu:
« Io sono perché noi siamo »
« Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti »
« Umanità verso gli altri »
Ubuntu è l’individuo in funzione delle sue diverse relazioni con gli altri.
Ora quando vedrete UBUNTU in TV saprete, se già non lo sapevate, il suo profondo ed importante significato.
Ognuno di noi dovrebbe adottare la filosofia Ubuntu nella propria vita, se davvero vogliamo aspirare ad un mondo migliore.
Perché di sabato pomeriggio mi faccio più di trenta chilometri per andare in un centro commerciale? Perché decido di subirmi tre quarti d’ora di traffico? La risposta è: per un libro e per un’amica; più per quest’ultima però.
Il libro è “Tutta da rifare” edito da Fazi Editore, l’amica è Giorgia Wurth che lo presenta alla Mondadori del Centro Commerciale Campania.
Giorgia, che dice di prendere spunto dai suoi viaggi in metrò per molte delle storie che scrive, racconta che il libro parla di chirurgia estetica, ma anche d’amore, d’adolescenza, di sangue. E’ un libro “fisico”, dove c’è molta materia viva che spazia dalla carne ai sentimenti, è una storia d’amore, di trasformazione, d’inganni, di formazione, di crescita.
Un libro forte in cui si ride per certi aspetti grotteschi ed in cui si piange per certe scelte di vita.
C’è una morale in tutto questo? La risposta è la più onesta possibile: no. Ad ascoltarla devo dire che ho sorriso. Il fatto è che sono d’accordo: i libri, specialmente i romanzi, non devono essere dei sermoni in cui l’autore ci dice come fare quello o come sia meglio evitare quest’altra cosa. Il vero scopo di un romanzo è raccontare una storia, mettercela d’avanti e darci degli spunti di riflessione in cui siamo noi a decidere cosa sia giusto o sbagliato.
Ha fatto bene Sole, la protagonista del libro, a rifarsi il seno? E’ giusto scegliere di cambiare artificiosamente il proprio corpo? La risposta non è immediata e non è unica.
Ma la chirurgia estetica – è sempre Giorgia a dirlo – può diventare una dipendenza come l’alcol e la droga. Può trasformarsi in una frenesia distruttiva, che mette in discussione tutto il tuo corpo, ma anche te stesso, nel profondo, perché quando inizi a modificare ogni aspetto esteriore, è molto probabile che ci sia un vuoto esistenziale dentro di te, qualcosa di te stesso che non accetti e che vorresti diverso.
Questo romanzo racconta una storia che mancava, una storia che Giorgia avrebbe voluto leggere e per questo l’ha scritta, un libro che ora è sulla mia scrivania e che stasera inizierò a leggere.
Tutta da rifare
Giorgia Wurth
Fazi Editore
ISBN 978-88-7625-069-9
Pagine: 169
Prezzo: 16,00 euro
Video trailer del libro:
Non è così che dovevano andare le cose. Non è così che doveva finire. Sono le illusioni che ci fregano sempre, alle quali crediamo fino a confonderle con la realtà, ma lo sai, non è possibile che il sogno e la realtà siano la stessa cosa, lo stesso tessuto, la stessa trama che s’intreccia. Quando ciò accade, devi chiamarlo col suo giusto nome: illusione.
È così che c’illudiamo che il tempo non passi, che le persone non cambino, che esistano il sempre ed il mai, che ci possa essere la favola eterna e che mai possa finire, che noi siamo una sola infinita cosa in cui tutto l’universo precipita dentro e trova ancora spazio.
Illusione; per questo ora sento le tue parole passarmi dentro come un treno nella notte, col suo fischio lungo e lontano, che svanisce come il ricordo, nel buio del tempo.
Eppure, se solo potessi fermare l’attimo, stringerlo nel pugno fino a farmi male, se solo potessi ingabbiare il respiro, catturare il tuo sguardo per non lasciarlo andare lontano, se solo potessi ancora una sola volta vivere il sogno, fidarmi dell’illusione, della favola eterna, del mai, del sempre, giuro… giuro su Dio che non esiterei un attimo a crederci ancora e sentire il mare dentro e naufragare nei tuoi occhi fino e perdermi, a dimenticare, a dimenticarmi, a morire.

L’ultima volta ci siamo lasciati col paradosso del barbiere, un quesito di Russel che riporto qui di seguito:
“In un villaggio c’è un unico barbiere.
Il barbiere rade tutti e soli gli uomini che non si radono da soli.
Il barbiere rade se stesso?”
La risposta non è semplice perché ha a che fare con la logica pura.
Prima supposizione: il barbiere si rade. (S1)
Quest’affermazione, secondo il paradosso, ci porta a concludere che il barbiere non rade se stesso. Siete perplessi? State pensando che abbia alzato un po’ il gomito? Allora fate un bel respiro ed analizziamo secondo la pura logica l’enunciato.
(1) Il barbiere rade tutti e SOLI gli uomini che NON si radono da soli.
Il barbiere è uomo? Bertrand Russell non lo dice ed infatti ci sono una serie di supposizioni che possa essere donna con tutte le conseguenze. Errato. Il suo enunciato si basa sulla teoria degli insiemi ed è qualcosa di veramente complesso. Nelle sue intenzioni, potete esserne ben certi, egli alludeva ad un barbiere che per definizione è uomo.
Torniamo alla domanda: è uomo? Sì. Allora se normalmente si rade da solo, in base alla definizione (1) non rade se stesso, perché la definizione (1) dice che rade solo chi NON si rade.
Allora affermiamo che il barbiere non si rade. (S2)
In base all’affermazione S2 ed alla logica dell’enunciato (1) il barbiere si rade poiché egli rade tutti gli uomini del villaggio che non si radono.
Se avete il cervello in fumo e non c’avete capito nulla, non preoccupatevi vi siete appena imbattuti in un paradosso ed in quanto tale, senza una soluzione. Pensate che mise in crisi il matematico Kurt Gödel rendendo incompleta la sua opera sugli insiemi che aveva – che paradosso – appena pubblicato!
Cosa insegna tutto ciò? Che l’uso sagace della logica può ritenersi un valido e tagliente strumento per portare consensi al nostro ragionamento.
Prima di addentrarci nello studio della retorica, vi porto un altro esempio di paradosso che uso spesso per confondere i fondamentalisti della fede. Premetto che credere in Dio è un proprio diritto e non c’è niente di più libero della fede.
Con queste persone cerco di dimostrare l’inesistenza di Dio in quanto essere onnipotente; utilizzando la retorica e gli strumenti della logica e del paradosso, è possibile dimostrare che Dio non è onnipotente ed infinito. Ecco come:
“Se Dio è davvero onnipotente,
Egli può creare un masso così pesante
che nemmeno Lui può alzare?”
Vediamo quali sono le possibili risposte e conseguenze.
Per te…
Io sono il condannato ed il carceriere.
Sono l’uomo in gabbia e quello che ha gettato la chiave.
Io sono fuori e dentro di me, e come mi sono rinchiuso, così posso venirne fuori.
E’ così che ognuno di noi crea la propria Alcatraz.
[J.Folla]
http://www.massimopetrucci.it

L’arrivo nella città di Istanbul è caotico, le strade sono fatte da pessimo asfalto che al calore si scioglie attaccandosi agli pneumatici. I segnali stradali sono un optional e le strade da senso unico diventano a doppio senso senza alcun preavviso, schivo un frontale con un camion ed incasso gli improperi del camionista turco. Anche io gli ricordo che forse la madre in quel momento stava facendo il mestiere più antico del mondo, ma nessuno dei due saprà mai cosa ha detto l’altro.
C’è un traffico che non mi aspetto, inoltre i guidatori turchi devono avere un’appendice direttamente collegata al clacson perché ogni qual volta che rallento, mi strombazzano, appena scatta il verde di un semaforo, mi strombazzano, se non li lascio passare, mi sorpassano da destra o da sinistra e… mi strombazzano!
Come napoletano non sono nuovo al traffico ed a situazioni di “comportamenti creativi”, ma qui è tutto moltiplicato per dieci; quasi mi sento uno svizzero in Italia!
Non so come, ma alla fine arriviamo all’albergo che avevamo prenotato via Internet comodamente seduti davanti al PC qualche mese prima. Ecco un’altra sorpresa: non c’è parcheggio nemmeno a pagarlo! Gianluca riesce a trovare un buco per la sua Punto grigia, io invece giro a vuoto per non so quante volte. Alla fine uno dei portantini, forse spinto dalla pietà dopo il mio sessantaquattresimo giro attorno all’albergo, mi spiega, tra gesti e parole incomprensibili, che lì vicino c’è un garage o qualcosa del genere.
Arrivo ad uno spiazzo terroso, mi accoglie un tale in canottiera, baffoni e pelle olivastra. Al sorriso manca un dente, mi dice non so cosa e m’indica dove andare. Era quello il garage di cui mi avevano parlato? C’è da dire che la mia auto, una Hyundai Matrix nera, ha solo un mese di vita e sto per metterla nelle mani di un perfetto sconosciuto. Mi prende il panico quando il tizio in canottiera mi dice che devo lasciargli anche le chiavi! Non ho alternative, devo fidarmi, anche perché non mi rilascia nemmeno uno scontrino, nemmeno un pezzo di carta, niente di niente. Torno in albergo a piedi, ma sono turbato, talmente turbato che passo un’ora buttato sul letto con lo sguardo fisso al soffitto ed il cervello che proietta immagini della mia auto che viene smontata e portata chissà dove.
Alla fine decido di abbandonarmi al destino, vada come vada. Mi alzo e faccio una doccia, ci aspetta la prima passeggiata nella città storica. Un mondo da scoprire.
Avevo stivali ricavati da un tappeto, il vestito fatto con una tovaglia, il mantello con un mantello della mamma e il cappello con un cuscino ricamato d’oro.
Poteva vivere, ma poteva anche morire. Tutto ciò a Sonecka non importava, ne era completamente indifferente. Chi è Sonecka? È la figlia di un’insegnante di pianoforte, la figlia di un momento d’amore, un altro modo per non dire figlia di un errore, di un momento di follia tra l’insegnante ed uno studente, follia che forse era anche amore. Tutti sono sempre pronti a dare giudizi, a chiudere porte, per poi mettersi a spiare dallo spioncino. Così Katerina Vasilévna Antonovskaja, madre di Sonecka, è costretta a lasciare il Conservatorio, nessuno voleva più affidarle i propri figli; cosicché, nel giro di qualche mese, mamma e figlia si ritrovarono senza un soldo e con un unico allievo, un tipo allo stesso modo strano e geniale: Mitenka.
È proprio grazie a questo personaggio che Sonecka trova un lavoro che le cambierà la vita. La ragazza, che nel frattempo aveva imparato a suonare il pianoforte, avrebbe fatto l’accompagnatrice di una famosa cantante: Marija Nicolaevna.
Pietroburgo, anno 1919: enormi mucchi di neve, silenzio, freddo e fame. La pancia gonfia di farina d’orzo, i piedi non lavati da un mese, le finestre tappate con stracci, la fuliggine colante delle stufe.
Così Sonecka giunge alla casa della cantante, bussa, si meraviglia che il campanello funzioni, entra e la sua prima esclamazione è: <<Fa caldo, mio Dio, fa caldo!>> Un’enorme stufa riempie la stanza con il suo calore, e poi tappeti, tende, fiori freschi. È tutto un altro mondo, quasi un paradiso all’interno di un inferno.
Marija Nicolaevna è solare, bella, sana, perfino buona, disponibile. Sembra perennemente felice.
Apparentemente questa potrebbe già sembrare un finale, di quelli rosa, in cui la ragazzina magra, bruttina e povera trova chi le regala una nuova vita, fatta di lusso e privilegi che fino a pochi istanti prima sembravano impossibili.
Invece s’innesca in Sonecka una strana condizione psicologica, un’invidia sotterranea, strisciante, che la porta quasi a desiderare la rovina della sua salvatrice.
La vita di Marija Nicolaevna sembra invece perfetta, diventa sempre più famosa e Sonecka vive al buio della sua ombra, fino a quando la cantante non le dà una lettera da imbucare. Sonecka scopre che forse quella vita non è così impeccabile, anche Marija Nicolaevana ha i suoi indicibili segreti.

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.
Vincenzo Cardarelli

L’articolo che segue è di Andrea De Carlo, è la sua versione integrale e l’ho riportato qui perché condividere il suo link dal sito di De Carlo su Facebook sembra impossibile; forse perché troppo lungo (il link). Tuttavia, per chi voglia leggerlo direttamente dal sito ufficiale, può fare clic qui: Perché non partecipo ai premi letterari.
Massimo Petrucci
Da anni non partecipo con i miei romanzi ai premi letterari. Non è una scelta ideologica, nasce dall’esperienza diretta. Il fatto è che so come funzionano i premi, almeno quelli che incrementano le vendite di chi li vince.
Naturalmente ci sono premi – la maggior parte – che non hanno nessun effetto sulle vendite. Vengono assegnati da comuni, enti e associazioni per lo più a scopo di promozione locale; gli scrittori li ritirano per i soldi acclusi e per il piacere di essere celebrati, e per poter citare i nomi e gli anni dei premi ricevuti nei risvolti dei propri libri, tra parentesi di fianco ai titoli della bibliografia. Ci sono anche alcuni premi – la minima parte – assegnati da gruppi di lettori che decidono davvero in base al piacere di leggere e all’autentica convinzione. Non è di questi che sto parlando: parlo dei premi che permettono di raddoppiare o anche decuplicare una tiratura iniziale, e che di conseguenza suscitano brame da parte degli editori, accattonaggio da parte degli autori, ricatti e baratti da parte dei giurati.
Nel 1982 il mio editore di allora (Einaudi) mi aveva fatto partecipare al premio Strega con il mio secondo romanzo, ‘Uccelli da gabbia e da voliera’. Subito qualcuno mi aveva chiarito che il vincitore di quell’anno era già stato deciso molto prima delle votazioni: Goffredo Parise, con il suo ‘Sillabario numero due’. Parise era molto malato (per davvero, non per finta come un altro scrittore che anni prima era riuscito a vincere lo Strega raccontando a tutti di essere moribondo) e il suo era un buon libro, così credo che in quel caso si fosse trovato un accordo tra le parti senza grandi conflitti. Sapere che non c’era una vera gara mi aveva tolto un peso di dosso, e mi aveva permesso di osservare con curiosità il mondo letterario in cui mi ero affacciato da poco e di cui non sapevo ancora quasi niente. Nel corso di alcune conversazioni, interviste, ritrovi pomeridiani in salotti avevo avuto conferma delle mie prime impressioni: si trattava di una grande famiglia un po’ incestuosa, i cui membri erano legati gli uni agli altri da un fitto intreccio di amicizie, rapporti professionali, scambi di favori, appartenenze politiche o aziendali, rivalità, invidie, rancori coltivati a lungo. Gli uffici stampa delle case editrici facevano il loro frenetico lavoro tra lusinghe e pressioni, gli scrittori firmavano copie e sorridevano e baciavano e ringraziavano, i giurati si negavano e si offrivano, i voti venivano raccolti e spostati come in una grande partita di dama. Poi mi ricordo la calda serata romana della votazione finale, nel Ninfeo di Villa Giulia allestito con tavoli e fiori e telecamere: le signore vestite come antiche matrone, gli uomini nelle loro migliori giacche estive, le facce note dei ‘personaggi della cultura e dello spettacolo’, gli abbracci e le risate, le coppe di champagne, gli sguardi di riconoscimento e di controllo, i nomi che ricorrevano, bisbigliati e ad alta voce. Leggi il resto di questo articolo »





