Riassunto degl’incontri precedenti:

  • Si scrive per raccontare qualcosa.
  • Questo qualcosa deve valere la pena di essere raccontato e poi letto.
  • Evitiamo, ad esempio, le pesantezze stilistiche o i sermoni.
  • Scegliamo un linguaggio immediato, quotidiano e diretto.
  • Impariamo a scrivere tutti i giorni.
  • Scegliamo con attenzione: il luogo, il periodo storico, un personaggio principale, un’idea forte come filo conduttore del nostro romanzo.
  • Caratterizziamo con chiarezza i personaggi principali.
  • Riduciamo al minimo i dialoghi e manteniamoli variegati nello stile.
  • Cerchiamo di essere quanto più veri nella finzione: la verità emotiva.
  • Il lettore vuole leggere di un “conflitto” e vedere come va a finire.
  • Pensate ai dettagli dell’universo che state costruendo.

Bentornanti! State scrivendo? Molto? Poco? Niente? Isak Dinesen (pseudonimo di Karen Blixen, scrittrice danese),  diceva di sé: “Scrivo un po’ ogni giorno, senza speranza e senza disperazione”. Una frase come questa andrebbe incorniciata.

Essere scrittori, lo abbiamo detto, passa per l’artigianato dello scrivere e quindi dalla cura dello strumento. Ezra Pound diceva: “Una fondamentale accuratezza dell’espressione è il solo e unico principio morale della scrittura”. Certo, non possiamo basarci solo su questo, ma una fondamentale accuratezza d’espressione è almeno un buon inizio.

Immaginate: siete dal medico, non vi sentite granché, lui vi guarda e vi dice che avete una piccola infiammazione gastrica all’occhio destro. Anche un bambino saprebbe che “gastrico” è qualcosa che ha a che fare con lo stomaco e non con gli occhi. Cosa pensereste di quel medico? Non so voi, ma io mi alzerei e, con un sorriso di circostanza,  mi dileguerei nel giro di tre secondi! Leggi il resto di questo articolo »

Vi parlerò di una notte insonne, di pesci in un acquario e di sangue

La notte insonne è di quelle che ti fregano, quelle che iniziano con il sonno e che ti lasciano anche addormentare, solo che dopo un paio d’ore ti svegli e ti ritrovi accerchiato dai pensieri. Pensieri stupidi, senza nemmeno grande importanza: piccole cose di lavoro, frasi dette, accadimenti, propositi, poi di nuovo frasi dette, il lavoro, gli accadimenti, i propositi, le frasi dette, in un ciclo continuo che va avanti per tutta la notte, incessantemente e senza tregua.

Inutile girarsi e rigirarsi nel letto e cambiare posizione, non c’è niente da fare.  Così alle tre di notte mi ritrovo sveglio manco fosse mezzogiorno! Accendo la luce sul comodino, gli occhi protestano, mi alzo e vado in cucina, è tutto buio, mi muovo a memoria, bevo un bicchier d’acqua, torno a letto e… li vedo. Leggi il resto di questo articolo »

coscienza

precisa ma contorta

stasera è il suo turno

stanco

mi fermo ad ascoltare

rumore di risacca

Minuti allungati in ore viscose

fogli strappati di parole cadute

infrante

perdute

lamenti di domande sempre uguali

polvere di risposte diverse e inutili

tra le mie mani un tuo fulard

dimenticato

tra le tue mani

niente di me.

Lungo viali di cristallo, cammina a piedi nudi il ricordo, raccogliendo pensieri senza fretta nel silenzio del non ritorno…

Un popolo mantenuto nella conoscenza “quanto basta”, distratto da notizie futili e vip che si sposano o si lasciano, che sguazza come i maiali nella melma di cose come il Grande Fratello o talk-show in cui uno urla contro l’altro, è un popolo che si può condizionare, è un popolo che ha memoria corta perché non approfondisce, al quale mancano gli strumenti culturali per capire cosa stia veramente scritto contro la parete delle idee, al quale mancano i mezzi per difendersi dalle ideologie e dagli slogan.

Inizio questo quarto incontro con una frase di Sandro Veronesi: “Quando soffrono, i professionisti smettono di scrivere ed i dilettanti si mettono a scrivere”. Pensare alla scrittura come terapia, può andar bene se il nostro lettore è anche il nostro psicologo, per il resto è un concetto per buona parte sbagliato.

Sempre Veronesi, in una lezione tenuta alla Minimum Fax, dice: <<Il professionista lì si ferma [quando ha un problema], lotta con questo vento, risolve, per quel che può, o vi è travolto, se non riesce a risolvere i problemi, poi, dopo, quando questo momentaccio è passato, scrive.

Il dilettante, invece, BUM, subito prende questo flusso di merda che gli arriva addosso, e, per terapia, per consolarsi, per reggere meglio l’urto e illudendosi addirittura che questo nobiliti il suo gesto, scrive. In quel modo tu dai un imprinting alla tua natura di scrittore che non ti rappresenta. E ti porti appresso, anzi addirittura ci lavori… è come lavorare con una penna con un macigno sopra e scrivere con ‘sto macigno. Ti porti dietro questo ingombro addirittura nella pagina, addirittura dai alla pagina che scrivi, e che chissà perché io dovrei leggere, gli dai addirittura il compito di guarirti, di farti star meglio, di lenire il tuo dolore, alla scrittura o all’arte, diciamo, terapeutica. L’arte terapeutica c’è: è per i dilettanti, quelli che oggi lo fanno e domani non possono più farlo perché hanno vinto il concorso alle poste e non possono più scrivere, più recitare, più dipingere. Leggi il resto di questo articolo »

Perché di sabato pomeriggio mi faccio più di trenta chilometri per andare in un centro commerciale? Perché decido di subirmi tre quarti d’ora di traffico? La risposta è: per un libro e per un’amica; più per quest’ultima però.

Il libro è “Tutta da rifare” edito da Fazi Editore, l’amica è Giorgia Wurth che lo presenta alla Mondadori del Centro Commerciale Campania.

Giorgia, che dice di prendere spunto dai suoi viaggi in metrò per molte delle storie che scrive, racconta che il libro parla di chirurgia estetica, ma anche d’amore, d’adolescenza, di sangue. E’ un libro “fisico”, dove c’è molta materia viva che spazia dalla carne ai sentimenti, è una storia d’amore, di trasformazione, d’inganni, di formazione, di crescita.

Un libro forte in cui si ride per certi aspetti grotteschi ed in cui si piange per certe scelte di vita.

C’è una morale in tutto questo? La risposta è la più onesta possibile: no. Ad ascoltarla devo dire che ho sorriso. Il fatto è che sono d’accordo: i libri, specialmente i romanzi, non devono essere dei sermoni in cui l’autore ci dice come fare quello o come sia meglio evitare quest’altra cosa. Il vero scopo di un romanzo è raccontare una storia, mettercela d’avanti e darci degli spunti di riflessione in cui siamo noi a decidere cosa sia giusto o sbagliato.

Ha fatto bene Sole, la protagonista del libro, a rifarsi il seno? E’ giusto scegliere di cambiare artificiosamente il proprio corpo? La risposta non è immediata e non è unica.

Ma la chirurgia estetica – è sempre Giorgia a dirlo – può diventare una dipendenza come l’alcol e la droga. Può trasformarsi in una frenesia distruttiva, che mette in discussione tutto il tuo corpo, ma anche te stesso, nel profondo, perché quando inizi a modificare ogni aspetto esteriore, è molto probabile che ci sia un vuoto esistenziale dentro di te, qualcosa di te stesso che non accetti e che vorresti diverso.

Questo romanzo racconta una storia che mancava, una storia che Giorgia avrebbe voluto leggere e per questo l’ha scritta, un libro che ora è sulla mia scrivania e che stasera inizierò a leggere.

Tutta da rifare
Giorgia Wurth

Fazi Editore
ISBN 978-88-7625-069-9
Pagine: 169
Prezzo: 16,00 euro

Video trailer del libro:

Scrittura creativa

Come negli sceneggiati di una volta, ecco il riassunto delle puntate precedenti:

  • Si scrive per raccontare qualcosa.
  • Questo qualcosa deve valere la pena di essere raccontato e poi letto.
  • Evitiamo, ad esempio, le pesantezze stilistiche o i sermoni.
  • Scegliamo un linguaggio immediato, quotidiano e diretto.
  • Impariamo a scrivere tutti i giorni.

Ci siamo? Proseguiamo.

I più credono che uno scrittore abbia nella mente tutto il racconto con chiarezza, punto per punto. È pura fantasia, probabilmente ha un che di vero se si sta progettando un giallo, ma per gli altri tipi di romanzo o racconti, le cose vanno diversamente.

Roberto Cotroneo parla di svelamento di sé ovvero che la scrittura è un processo attraverso il quale raccontiamo di noi (svelandoci) agli altri; contemporaneamente, tale processo ci porta a comprendere anche nuovi aspetti di noi stessi. Da questa doppia interazione (o svelamento) prende forma la trama narrativa, la quale, ad un certo punto della storia, può anche decidere per direzioni inaspettate.

Umberto Eco, raccontando di come gli fosse venuta l’idea de “Il nome della rosa”, disse semplicemente: “Avevo voglia di avvelenare un monaco” (Postilla su “Alfabeta” n. 49 del giugno 1983). Questo è tutto ciò con il quale il semiologo ha approcciato uno dei più grandi romanzi contemporanei italiani. Sicuramente Umberto Eco non si è seduto al computer e si è messo a scrivere dal nulla, non lui che è un perfezionista, tanto è vero che nel romanzo ci sono dettagli che rasentano la maniacalità. Tuttavia l’idea iniziale si sintetizza in un concetto molto semplice, in una frase. Leggi il resto di questo articolo »

Un anno a far finta di dimenticare. Il cuore però non dimentica mai nulla, si abitua solo al dolore, come un rumore di fondo mentre sei intento a fare altro.

Un giorno è passato, uguale a ieri, identico agli altri così vuoti di te, che si svuotano in me.

Giulia…

Bugie, quello che sento. Sono le mie e tu non c’entri, sono io che cerco i tuoi occhi tra gente che non sa di noi, di ciò che c’è stato, dei sorrisi, le parole, le speranze, il tum-tum del cuore. Così, ascolto l’attesa della tua voce, come treno che non arriva, come le foglie d’autunno sospese nel vento o la pioggia sul vetro che non scivola via. La pioggia, Giulia, ha il sapore dei ricordi e del tempo che passa, ti bagna, va via e ti rimane solo il freddo.

Allora, per non cercarti invento scuse e mangio briciole di sogni che ancora mi porto nelle tasche.

Il verdetto di Sanremo è una radiografia del Paese Italia: o il popolo è ignorante o il sistema è corrotto.

La realtà è però ancora più sfaccettata, infatti a Sanremo a vincere è il Televoto, è il vero vincitore e porta nelle casse dell’organizzazione più di 1 milione e mezzo di euro. Questo spiega perché il televoto non sarà mai abbandonato.

Questo diabolico sistema conviene a chi lo mette in gioco ed a chi vuole comprare voti falsando i risultati in modo molto semplice e legale. Comprare voti – badate –  non è illegale: nessuna legge vieta ad un normale cittadino d’investire il suo denaro in voti.

10.000 voti costano 7500 euro e possono spostare le sorti di una classifica e far vincere un cantante, ha un rientro economico sicuramente maggiore rispetto a piccolo investimento.

Allora il televoto conviene a tutti e fa guadagnare tutti, tranne la qualità e la giustizia di una competizione sana. Le cose purtroppo funzionano così e c’è poco da fare.

Il televoto è un sigillo di NON Qualità della trasmissione che lo propone e vedendolo, la gente dovrebbe pensare: “Ecco, sto per assistere ad una finzione dove a vincere non è mai la qualità”.

Quando a votare è stato solo il pubblico in sala e l’orchestra, sia il “trio strisciante” che il “sardagnuolo” sono stati eliminati, salvo poi essere ripescati entrambi quando è stato messo in gioco il televoto e questa la dice tutta.

Emblematica (e molto gradita) la rivolta dell’orchestra che straccia gli spartiti e li getta per aria. Non era mai successo in sessant’anni di festival. Chiara l’opinione del pubblico in sala quando urla: “Venduti! Venduti!”.

Il televoto è il cancro della qualità, un virus che attanaglia la televisione e la possibilità di fare qualità.

Infine mi chiedo: ma chi diavolo sono questi idioti che votano? Che spendono soldi per qualcosa che si potrebbe fare gratis e democraticamente con il web.

Perché Sanremo è Sanremo! O meglio: macché Sanremo e Sanremo!

Come mai la religione porta troppo spesso alla violenza? Da sempre, dalle crociate alle guerre di religione in Europa nel 1550, fino ad arrivare ai giorni nostri: talebani, musulmani ed altro.

Eppure ogni libro sacro parla di pace e di unità, perché allora le religioni portano quasi sempre ai conflitti ed al sangue?

La risposta è sicuramente difficile e non si esaurisce nelle poche righe di quest’articolo. Tuttavia qualcosa possiamo dirla.

In primo luogo, le religioni prevedono la chiamata in causa dell’assolutezza della pretesa: ogni religione pretende per sé la verità e combatte l’altro perché sbaglia.

Ecco quindi la guerra Santa del Bene contro il Male, del Giusto contro l’Errore, una guerra che ha la pretesa di essere benefica, purificatrice.

Ogni guerra santa ha bisogno di una scena, di uno spettacolo, un pubblico che condivida, cha acconsenta, che applauda. Per spronare all’azione i suoi seguaci, ha bisogno dei martiri che, con il loro sangue, firmino, testimonino e chiamino in causa i valori assoluti.

Ancora abbiamo davanti agli occhi tragedie quali le Torri Gemelle o la Palestina. Leggi il resto di questo articolo »

IO SU FACEBOOK


IL MIO GRUPPO
MUSICA
Gotta Jazz di Kruder & Dorfmeister


Almost blue di Chet Baker


Estate di Vinicio Capossela