Archivi per la categoria ‘Scrittura creativa’

Questo è l’ultimo appuntamento, ringrazio coloro che mi hanno seguito e coloro che mi hanno scritto inviandomi il proprio parere, qualche consiglio e perfino qualche lavoro. Grazie di cuore.

In quest’ultimo appuntamento tratterò di errori comuni da non fare, errori in cui ognuno di noi, aspirante scrittore, può cadere per ingenuità o ego troppo sviluppato.

Di solito si fa leva proprio sul nostro ego smisurato che ci fa credere tutti grandi scrittori incompresi. Questo è proprio il primo punto: avere un’opinione troppo alta di se stessi. Di solito si pensa di essere “troppo avanti”, geni incompresi del proprio tempo, come scrive Pat Walsh parlando di “scrittori incompresi”: il mio libro non è brutto (dicono questi sedicenti geni) è solo che tu sei troppo stupido per coglierne la sottile filigrana di sapore joyceiano/pynchoniano/proustiano.

Il problema è che quando si scrive non si può avere la pretesa di essere capiti solo da se stessi, il libro deve essere compreso da tutti, fruibile, “accogliente” nella lettura. Di solito questi autori non trovano nessun editore tanto folle da investire sul loro dattiloscritto, allora accade l’inevitabile: si cade nelle grinfie degli editori a pagamento.

Ora, senza scrivere un articolo lunghissimo su questa piaga dell’editoria che sono gli editori a pagamento, vi spiego in due parole cosa accade e come funziona, poi ognuno dispone secondo coscienza.


L’editoria a pagamento

L’editore vi scrive che siete bravissimi e che, dopo un’attenta analisi, ha deciso di pubblicare la vostra opera, ma come si sa l’editoria è un mondo difficile, c’è crisi ovunque, tra l’altro anche Proust, Moravia, Gadda hanno iniziato come Aps (“Autori a Proprie Spese” acronimo inventato da Umberto Eco ne “Il pendolo di Foucault”), Gesù Bambino è nato in una capanna ed i folletti di Babbo Natale stanno già lavorando lì al Polo Nord per fare i regali ai bambini poveri, e quindi il vostro romanzo sarà sì pubblicato, ma voi dovete metterci un po’ del vostro… denaro.

Quindi vi viene fatta quella che in gergo è chiamata “proposta editoriale” che consiste generalmente in una di queste due soluzioni, ma si può presentare anche ibrida: Leggi il resto di questo articolo »

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Una delle tecniche narrative che ci aiutano sia “ad allungare il brodo” che ad interessare, se ben utilizzata, il lettore, è quella della digressione.

In realtà la digressione (dal latino escursione) è una parte del discorso narrativo che volutamente porta verso un cambio, un allontanamento da ciò che si sta trattando, quasi – se non proprio – un fuori tema.

La digressione va fatta con attenzione, altrimenti diventa solo un sintomo della confusione che avete in testa oppure può dare la sensazione a chi legge di stare a perdere tempo. Essa deve invece arricchire la storia principale, deve incastrarsi in modo coerente e funzionale.

Nella digressione gli elementi che ne fanno parte s’incastrano perfettamente nel testo narrativo, sono attinenti alla situazione che si va descrivendo; il suo scopo è dare contrasto, esaltare il chiaroscuro dell’immagine narrativa.

Ecco un esempio di un testo e poi dello stesso testo con l’inserimento di una digressione.

La situazione è questa: un tale va ad concessionaria per acquistare un auto nuova.

<<La scelta dell’auto, per noi uomini, è come scegliere una donna con la quale passare il resto della vita; questo lo pensavo anche con Alice, la mia ex. Solo che sia con le donne, che con le auto, alla fine capita che si trascorra solo qualche anno. All’inizio si vive quello stato di effervescenza, quello dove tutto è bello. Anche con le auto è così, almeno finché pervade quel profumo di nuovo quando si entra nell’abitacolo.  L’auto ti deve sedurre e questa che ho di fronte ha tutte le caratteristiche che mi piacciono: è rossa, è sportiva ed ha un muso grintoso>>.

Vediamo questa stessa versione con delle digressioni. Leggi il resto di questo articolo »

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In questo appunto affronteremo il tema della descrizione; prima però vediamo alcune cose da non fare. Nel libro “78 ragioni per cui il vostro libro non sarà mai pubblicato”,  Pat Walsh alla nota n.15 ci allerta sullo scrivere con troppo stile.

Come accorgersi della cosa? È semplice: se proprio non ce la fate ad esprimervi con semplicità, se proprio non ce la fate a rimanere nelle regole, se addirittura vi capita di coniare nuove parole o sillogismi, tanto per far capire che siete unici nel vostro stile, allora siete proprio sulla buona strada per scrivere qualcosa di pericolosamente terrificante! Se il vostro scritto è caratterizzato da frasi complicate, incompiute, da parole pompose e siete certi che il vostro stile sia molto simile a quello con il quale è stato scritto il monologo di Molly Bloom, ricordatevi che voi non siete James Joyce e che siamo nel 2010 e se l’Ulisse (il più noto romanzo di Joyce) è stata una vera e propria rivoluzione rispetto alla letteratura dell’ottocento, oggi, dal punto di vista della novità, non stupirebbe più nessuno.

Il vero stile nasce dall’amore per la letteratura e da un linguaggio che deve sì essere potente ed incisivo, ma anche orientato alla massima comprensibilità per il lettore, altrimenti è un trucchetto stilistico fine a se stesso.

Spesso l’esigenza di uno stile ricercato si presenta all’autore proprio quando il soggetto e la narrazione ne richiedono uno semplice. Chi scrive teme di essere preso per uno privo di arte e si cimenta in spericolate picchiate stilistiche, commettendo l’errore di ficcare nella scrittura parole arcaiche, desuete, demodé, solo  per darsi un tono.

In questo caso il suggerimento di Pat Walsh è semplice: [se non riuscite a farne a meno] buttatevi dalla finestra!

Ogni parola deve essere messa lì perché è la migliore e più semplice parola che potevate usare. I sinonimi sono fuorvianti e pericolosi, ed in letteratura spesso funzionano male.

Un esempio è questo, pensate alla parola casa.

Alcuni sinonimi di casa sono: abitazione, stabile, edificio, appartamento, alloggio. Eppure nessuno di essi è evocativo come la parola casa. Leggi il resto di questo articolo »

Il lettore cosa vuole da un libro? Tu cosa pensi? Non pensare ad un lettore generico, ma a ciò che senti tu, poiché prima ancora di essere uno scrittore (o scrittrice) o aspirante tale, sei sicuramente un lettore o quanto meno dovresti esserlo.

Allora, cosa vuoi da un libro? Probabilmente risponderai che vuoi delle emozioni, qualcosa che ti prenda e non ti lasci andar via, qualcosa di cui vuoi sapere come va a finire, che ti fa battere il cuore oppure spaventare, intrigare, sorprendere o incuriosire. Quello che è certo, è che non vuoi una storia banale.

In fin dei conti la letteratura è un buon modo per sperimentare cose altresì impossibili, provare a mettersi nei panni di chi conduce una vita molto diversa dalla nostra: un assassino, ad esempio, un detective, uno scienziato, un extraterrestre o una modella. Oppure possiamo aver voglia di ritrovare qualcosa che ci è appartenuto, come l’adolescenza o l’innamoramento, la delusione d’amore o l’avventura.

Quello che sicuramente non vogliamo è che ci venga raccontata una storia ordinaria, senza colpi di scena, senza conflitti di alcun genere; il motivo è che quando leggiamo un racconto in un libro, abbiamo voglia di credere.

Ho davanti a me “La fattoria degli animali” di G. Orwell. Devo leggere l’ultima pagina, ieri notte ci stavo provando, ma sono crollato. In fin dei conti erano le quattro del mattino e solo un paio d’ore prima avevo rischiato di morire: un’automobile non si è fermata al rosso e mi è piombata addosso. Per fortuna me la sono cavata solo con qualche contusione. Volevo leggere le ultime pagine del racconto di Orwell, ma la stanchezza è stata più forte della volontà, il fatto è che credevo e credo tutt’ora che quell’ultima pagina celi qualcosa, anzi ora sapete cosa faccio? Apro il libro e mi tolgo il pensiero.

È vero ciò che ho scritto? C’avete creduto? Forse sì o forse no; in ogni caso siete disposti a farlo, condividete questa innocua finzione, non vi turba e lo fate ogni qual volta iniziate a leggere un libro: siete disposti a credere. È un po’ quello che accade con i film, sapete benissimo che si tratta di finzione, che ci sono delle telecamere, degli effetti prodotti da un computer, che nessuno verrà ucciso davvero, che si tratta di attori su un set cinematografico. Eppure soffrite se il protagonista è nei guai, avete paura se la storia parla di mostri che scoperchiano tombe, piangete se si parla di sentimenti forti. Avete scelto di credere.

Attenzione però, siamo disposti a credere, ma non a lasciarci fregare, niente trucchi da quattro soldi come disse Geoffrey Wolff ad un gruppo di aspiranti scrittori. Leggi il resto di questo articolo »

La settimana scorsa c’eravamo lasciati con la promessa di parlare del finale, tuttavia permettetemi un cambiamento di programma. Il motivo di questa virata sta nel fatto che poco prima che mi mettessi al PC per scrivere quest’ottava puntata, ho sfogliato il mio quaderno degli appunti ed ho trovato un’annotazione molto interessante e non ho resistito a condividerla con voi.

La nota è tratta dal libro On writing di Stephen King in cui parla del suo concetto di trama.

<<Secondo me [scrive Stephen King] racconti e romanzi sono costituiti da tre parti: narrazione che conduce la storia dal punto A al punto B e infine al punto Z; descrizione, che offre al lettore un’ambientazione con un sapore di realtà; e dialogo, che dà vita ai personaggi attraverso il parlato. Vi chiederete dov’è la trama in tutto questo. La risposta, la mia in ogni caso, è: da nessuna parte.>>

Nel mio romanzo “Stringimi le mani” (non lo cercate, sto aspettando ancora d’iniziare il giro di bozze con il mio editore) scrissi qualcosa tipo <<a fregarci sono i libri e i film con le loro trame ben definite, ma la vita non ha trama, inizia e finisce e quando accade, finisce e basta>>.

Sono rimasto sorpreso quando ho letto che Stephen King è dello stesso parere, ma ancora più sorpreso perché lo scrittore è talmente convinto che la trama è un artificio che scrive: <<Diffido della trama per due ragioni: perché le nostre vite ne sono in larga misura prive, anche prendendo tutte le più ragionevoli precauzioni e stilando i più accurati programmi; e perché credo che la costruzione di una trama e la spontaneità della creazione vera siano incompatibili.>>

Stephen King continua con le spiegazioni fino ad arrivare ad un punto in cui scrive: <<[…]desidero che comprendiate che la mia profonda convinzione sulla creazione delle storie è che fondamentalmente esse si costruiscono da sole.>>

Il fatto che le storie si costruiscono da sole è un concetto molto interessante e si presta a molte riflessioni. Leggi il resto di questo articolo »

Riassunto degl’incontri precedenti:

  • Si scrive per raccontare qualcosa.
  • Questo qualcosa deve valere la pena di essere raccontato e poi letto.
  • Evitiamo, ad esempio, le pesantezze stilistiche o i sermoni.
  • Scegliamo un linguaggio immediato, quotidiano e diretto.
  • Impariamo a scrivere tutti i giorni.
  • Scegliamo con attenzione: il luogo, il periodo storico, un personaggio principale, un’idea forte come filo conduttore del nostro romanzo.
  • Caratterizziamo con chiarezza i personaggi principali.
  • Riduciamo al minimo i dialoghi e manteniamoli variegati nello stile.
  • Cerchiamo di essere quanto più veri nella finzione: la verità emotiva.
  • Il lettore vuole leggere di un “conflitto” e vedere come va a finire.
  • Pensate ai dettagli dell’universo che state costruendo.
  • Curate il vostro linguaggio, le parole sono tutto quello che abbiamo.
  • L’incipit è il primo battito del nostro racconto e deve immediatamente sedurre il lettore.

Sedurre vuol dire anche incuriosire, significa dare la possibilità all’altro di riempere le nostre zone d’ombra con le sue fantasie o aspettative. Sedurre è anche lasciarsi seguire ovvero condurre a sé. Ecco cosa deve fare l’incipit: lanciare un gancio al lettore e promettergli qualcosa. Il cosa, non è compito dell’incipit dirlo, questo lo lasciamo alle aspettative del lettore o, semplicemente, alla sua voglia di scoprire cosa c’è dopo.

E cosa c’è dopo? È frustrante un romanzo che inizia col piede giusto e man mano ci abbandona: le emozioni scemano ed il nostro interesse si fa sempre più vacuo fino a scomparire, facendo rimpiangere gli euro spesi per il libro.

Credo che ogni lettore, indipendentemente dal genere di libro che ha tra le mani, abbia voglia di viaggiare, si aspetta che quelle pagine lo arricchiscano di nuove esperienze e di emozioni nuove. Tutto questo deve essere dato al lettore nel modo migliore possibile per mantenere vivo il suo interesse nel corso della lettura.

Spesso le idee sono buone, ma il modo di raccontarle è sbagliato. Leggi il resto di questo articolo »

Riassunto degl’incontri precedenti:

  • Si scrive per raccontare qualcosa.
  • Questo qualcosa deve valere la pena di essere raccontato e poi letto.
  • Evitiamo, ad esempio, le pesantezze stilistiche o i sermoni.
  • Scegliamo un linguaggio immediato, quotidiano e diretto.
  • Impariamo a scrivere tutti i giorni.
  • Scegliamo con attenzione: il luogo, il periodo storico, un personaggio principale, un’idea forte come filo conduttore del nostro romanzo.
  • Caratterizziamo con chiarezza i personaggi principali.
  • Riduciamo al minimo i dialoghi e manteniamoli variegati nello stile.
  • Cerchiamo di essere quanto più veri nella finzione: la verità emotiva.
  • Il lettore vuole leggere di un “conflitto” e vedere come va a finire.
  • Pensate ai dettagli dell’universo che state costruendo.

Bentornanti! State scrivendo? Molto? Poco? Niente? Isak Dinesen (pseudonimo di Karen Blixen, scrittrice danese),  diceva di sé: “Scrivo un po’ ogni giorno, senza speranza e senza disperazione”. Una frase come questa andrebbe incorniciata.

Essere scrittori, lo abbiamo detto, passa per l’artigianato dello scrivere e quindi dalla cura dello strumento. Ezra Pound diceva: “Una fondamentale accuratezza dell’espressione è il solo e unico principio morale della scrittura”. Certo, non possiamo basarci solo su questo, ma una fondamentale accuratezza d’espressione è almeno un buon inizio.

Immaginate: siete dal medico, non vi sentite granché, lui vi guarda e vi dice che avete una piccola infiammazione gastrica all’occhio destro. Anche un bambino saprebbe che “gastrico” è qualcosa che ha a che fare con lo stomaco e non con gli occhi. Cosa pensereste di quel medico? Non so voi, ma io mi alzerei e, con un sorriso di circostanza,  mi dileguerei nel giro di tre secondi! Leggi il resto di questo articolo »

Inizio questo quarto incontro con una frase di Sandro Veronesi: “Quando soffrono, i professionisti smettono di scrivere ed i dilettanti si mettono a scrivere”. Pensare alla scrittura come terapia, può andar bene se il nostro lettore è anche il nostro psicologo, per il resto è un concetto per buona parte sbagliato.

Sempre Veronesi, in una lezione tenuta alla Minimum Fax, dice: <<Il professionista lì si ferma [quando ha un problema], lotta con questo vento, risolve, per quel che può, o vi è travolto, se non riesce a risolvere i problemi, poi, dopo, quando questo momentaccio è passato, scrive.

Il dilettante, invece, BUM, subito prende questo flusso di merda che gli arriva addosso, e, per terapia, per consolarsi, per reggere meglio l’urto e illudendosi addirittura che questo nobiliti il suo gesto, scrive. In quel modo tu dai un imprinting alla tua natura di scrittore che non ti rappresenta. E ti porti appresso, anzi addirittura ci lavori… è come lavorare con una penna con un macigno sopra e scrivere con ‘sto macigno. Ti porti dietro questo ingombro addirittura nella pagina, addirittura dai alla pagina che scrivi, e che chissà perché io dovrei leggere, gli dai addirittura il compito di guarirti, di farti star meglio, di lenire il tuo dolore, alla scrittura o all’arte, diciamo, terapeutica. L’arte terapeutica c’è: è per i dilettanti, quelli che oggi lo fanno e domani non possono più farlo perché hanno vinto il concorso alle poste e non possono più scrivere, più recitare, più dipingere. Leggi il resto di questo articolo »

Scrittura creativa

Come negli sceneggiati di una volta, ecco il riassunto delle puntate precedenti:

  • Si scrive per raccontare qualcosa.
  • Questo qualcosa deve valere la pena di essere raccontato e poi letto.
  • Evitiamo, ad esempio, le pesantezze stilistiche o i sermoni.
  • Scegliamo un linguaggio immediato, quotidiano e diretto.
  • Impariamo a scrivere tutti i giorni.

Ci siamo? Proseguiamo.

I più credono che uno scrittore abbia nella mente tutto il racconto con chiarezza, punto per punto. È pura fantasia, probabilmente ha un che di vero se si sta progettando un giallo, ma per gli altri tipi di romanzo o racconti, le cose vanno diversamente.

Roberto Cotroneo parla di svelamento di sé ovvero che la scrittura è un processo attraverso il quale raccontiamo di noi (svelandoci) agli altri; contemporaneamente, tale processo ci porta a comprendere anche nuovi aspetti di noi stessi. Da questa doppia interazione (o svelamento) prende forma la trama narrativa, la quale, ad un certo punto della storia, può anche decidere per direzioni inaspettate.

Umberto Eco, raccontando di come gli fosse venuta l’idea de “Il nome della rosa”, disse semplicemente: “Avevo voglia di avvelenare un monaco” (Postilla su “Alfabeta” n. 49 del giugno 1983). Questo è tutto ciò con il quale il semiologo ha approcciato uno dei più grandi romanzi contemporanei italiani. Sicuramente Umberto Eco non si è seduto al computer e si è messo a scrivere dal nulla, non lui che è un perfezionista, tanto è vero che nel romanzo ci sono dettagli che rasentano la maniacalità. Tuttavia l’idea iniziale si sintetizza in un concetto molto semplice, in una frase. Leggi il resto di questo articolo »

Ho colto le vostre richieste, cosicché questo terzo incontro sarà più lungo dei precedenti.
Vedremo  come affrontare la pagina bianca, come acquisire un po’ di sana disciplina, come  porsi un obiettivo ed infine, vi proporrò una piccola sfida letteraria che spero accetterete.

Buona lettura.

Come premesso, affrontiamo in questo terzo incontro l’incubo di tutti gli scrittori, sia quelli in erba, che quelli affermati. Sto parlando della mostruosa pagina bianca! Altresì conosciuta come “blocco dello scrittore”.

Immaginate, siete davanti alla vostra bella pagina bianca di Word, il cursore lampeggia e la mente naviga nel vuoto: black out o, se vogliamo, white out.

Molto spesso, quello che blocca, specialmente all’inizio, è il pensare di dover scrivere qualcosa di abbastanza lungo, di riempire centocinquanta pagine e rendere degno il vostro bel romanzo di essere letto. Non lo fate. Non pensate al vostro romanzo dall’inizio alla fine, piuttosto pensate ad iniziare da un punto qualsiasi. Volete raccontare la storia di un uomo che rimane da solo in mezzo all’oceano con la sua barca ormai in avaria? Non pensate a tutta la storia, ma iniziate. Dov’è l’uomo? È già partito? Diciamo di no, allora dov’è? È a casa sua. Abita da solo? Sì, ma ha un cane. Lo porterà con sé? No, lo lascerà ad un amico. Fermatevi, avete già molta carne a cuocere. Senza preoccuparvi di dove e perché la sua barca andrà in avaria, iniziate con l’uomo che dice al cane: “Argo, amico mio, tra qualche giorno partirò, tu non potrai venire con me, ma non ti abbandonerò, tornerò giusto tra un mese. Che dici? Ce la fai ad aspettarmi?” il cane scodinzola e sembra rispondere di sì. A chi lo porterà? Alla madre? Alla fidanzata? Ad un caro amico? In una pensione? Ed il cane come starà? Bene? Male? E perché? Possono andare via cinquanta pagine solo mettendo per iscritto le risposte a queste domande. Leggi il resto di questo articolo »

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