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	<title>Massimo Petrucci</title>
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	<description>Scrivo perché ho qualcosa da raccontare</description>
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		<title>Per quanto sta in te</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 12:47:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Petrucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie]]></category>
		<category><![CDATA[Poesie di poeti]]></category>
		<category><![CDATA[Costantinos Kavafis]]></category>
		<category><![CDATA[Per quanto sta in te]]></category>

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		<description><![CDATA[Per quanto sta in te E se non puoi la vita che desideri cerca almeno questo per quanto sta in te: non sciuparla nel troppo commercio con la gente con troppe parole e in un viavai frenetico. Non sciuparla portandola in giro in balía del quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti, fino a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" style="margin-top: 15px; margin-bottom: 15px;" title="girls_distortion" src="http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:HxMY8CFSTBZrpM:http://media.ilnavigante.org/images/girls_distortion.jpg&amp;t=1" alt="girls distortion" width="202" height="249" /></p>
<p>Per quanto sta in te</p>
<p>E se non puoi la vita che desideri<br />
cerca almeno questo<br />
per quanto sta in te: non sciuparla<br />
nel troppo commercio con la gente<br />
con troppe parole e in un viavai frenetico.</p>
<p>Non sciuparla portandola in giro<br />
in balía del quotidiano<br />
gioco balordo degli incontri<br />
e degli inviti,<br />
fino a farne una stucchevole estranea.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><em><span style="font-size: x-small;">Costantinos Kavafis</span></em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il vero successo</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 07:22:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Petrucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[successo nella vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Bisognerebbe comprendere, ed io mi metto in fila, che il successo nella vita non è dato soltanto dalla macchina che guidi o dal tuo conto in banca. Il vero metro del successo è semplicemente la quantità di gioia che provate; a prescindere da ciò che fate o siete.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" title="gioia" src="http://www.eth0.it/wp-content/uploads/2007/11/gioia.jpg" alt="gioia" width="400" height="265" /></p>
<p>Bisognerebbe comprendere, ed io mi metto in fila, che il successo nella vita non è dato soltanto dalla macchina che guidi o dal tuo conto in banca. Il vero metro del successo è semplicemente la quantità di gioia che provate; a prescindere da ciò che fate o siete.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Amate voci di coloro che [...] sono per noi perduti</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 07:52:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Petrucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[costantino kavafis]]></category>
		<category><![CDATA[il senso del passato]]></category>
		<category><![CDATA[persone dimenticate]]></category>

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		<description><![CDATA[Ideali, amate voci di coloro che son morti o come i morti sono per noi perduti. A volte ci parlano in sogno a volte esse vibrano dentro. E con il suono, per un istante l&#8217;eco fa ritorno dalla prima poesia di nostra vita - come lontana nella notte una musica che dilegua. (Constantinos Kavafis) Alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img style="width: 250px; height: 200px;" title="Ricordare" src="http://www.massimopetrucci.it/immagini/ricordare.jpg" alt="Ricordare" hspace="5" vspace="5" width="250" height="200" align="top" /> </em></p>
<p><em>Ideali, amate voci<br />
 di coloro che son morti o come i morti<br />
 sono per noi perduti.</em></p>
<p><em></p>
<p>A volte ci parlano in sogno<br />
 a volte esse vibrano dentro.</p>
<p></em></p>
<p><em>E con il suono, per un istante l&#8217;eco fa ritorno<br />
 dalla prima poesia di nostra vita -<br />
 come lontana nella notte una musica che dilegua.</em></p>
<p>(Constantinos  Kavafis)</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p style="text-align: justify;">Alle volte penso a tutte le persone che ho conosciuto nel corso degli anni, persone con le quali ho condiviso pezzi della mia vita, dalle quali ho preso, rubato, sbirciato pezzi della loro vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Con-dividere, <em>dividere con</em>&#8230; dividere il proprio tempo ed i propri sentimenti con queste persone, delle quali mai avrei pensato di perdere le tracce, di non sapere nemmeno lontamente oggi cosa siano diventate. Ad iniziare dalle cose più banali, che ne so, se si sono sposate, se hanno figli, che lavoro svolgono. Se sono ancora vive&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure un tempo siamo stati così uniti; come con le donne che ho amato ad esempio, con le quali ho diviso più del mio tempo, ho condiviso, <em>diviso con loro</em>, i miei  sogni e loro con me. Ad un certo punto alcuni dei miei sogni e dei loro sogni erano gli stessi: il mio sogno era il loro sogno, il loro sogno il mio. Uniti nello stesso sogno di una vita da inventare insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Con una di esse, che poi ci sono stato pochissimo a pensarci, disegnai la piantina della nostra casa ideale, ci disegnai perfino la disposizione dei mobili. Lei voleva le stanze tutte colorate in modo diverso, a me sembrava una cosa assurda, ma oggi l&#8217;idea non mi dispiace più tanto. Ma oggi molti lo fanno, all&#8217;epoca non ne avevo mai sentito parlare tranne che da lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che di molte di loro, della maggior parte di loro, non so più nulla e nulla loro sanno di me.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Estranei eravamo ed estranei siamo diventati.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Eppure quello che oggi sono, è frutto anche di quelle persone, delle loro idee, degli scontri avuti, delle risate. Per un periodo della mia vita il mio migliore amico si chiamava Alessandro G. Non avrei mai pensato che di Alessandro G. non ne avrei saputo più nulla. Molti anni dopo il nostro allontanamento, accaduto in modo graduale, non per un litigio, ma solo perché&#8230; non lo so! Accidenti, per una serie di cose ad un certo punto non ci siamo frequentati più. Comunque, dopo anni, Alessandro G. Mi chiama al telefono. Come abbia avuto il mio numero è un mistero insoluto. Mi chiede d&#8217;incontrarlo. Erano forse passati dieci anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro G. conosceva bene anche mia sorella, il giorno che venne a trovarmi fu una fortuna che lei era in casa perché io feci così tardi che non lo incontrai. Ma il mio ritardo, in parte dovuto ad inaspettate contingenze, fu anche per colpa mia, quasi una volontà  inconscia, poi nemmeno tanto, di non incontrarlo. Dopo tutti quegli anni non avevo più nulla da <em>condividere</em> con lui, ma, principalmente, io non ero più quello che con lui chiacchierava di Milena C., di discoteca, di giornaletti porno trovati qui e là o di audiocassette da duplicare. Lui era il mago delle duplicazioni, aveva uno stereo Kenwood stupendo, pieno di led luminosi, manopole e cose che allora mi sembravano fantascientifiche e che oggi fanno parte del bagaglio minimo di qualunque stereo. Ad esempio aveva l&#8217;autoreverse: quando la cassetta finiva non c&#8217;era bisogno di girarla a mano, semplicemente cambiava lato in automatico facendo girare il nastro nel verso opposto. Una magia!</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro G. non mi telefonà più ed io ne fui contento, ma poi, con il tempo, una punta di rammarico mi è rimasta.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando sei un ragazzino non hai voci del passato che ti parlano dentro, hai solo un futuro da immaginare e, per l&#8217;appunto, condividere con chi ti è vicino e credere che per tutta la vita quella persona sarà  con te.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma più passa il tempo e più la folla dei conoscenti che diventano estranei aumenta, una folla di <em>personaggi in cerca di autore, </em>persone che hanno preso qualcosa da te e che ti hanno lasciato qualche mania, idea, espressione del volto, una frase che oggi ripeti e di cui hai dimenticato l&#8217;origine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho l&#8217;impressione che più il tempo passa e più aumentano queste voci che <em>a volte esse vibrano dentro,</em> come dice Kavafis; voci di persone vive che ci sono appartenute, voci di persone morte che un tempo hanno intersecato la loro vita con la nostra. Di tutte queste persone ci rimane come un suono dentro, un suono alle volte dissonante, altre volte melodico, altre volte ancora indefinibile, al quale devi prestare attenzione, accigliarti per comprenderne il senso, per associare le vibrazioni al giusto ricordo.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse invecchiando si comprende sempre meglio come ascoltare questi suoni di dentro, <em>questa musica che dilegua</em>, perché il futuro diventa sempre più breve e vicino, il futuro diventa il mese prossimo e forse è anche per questo che ci si dimentica di quello che si è fatto oggi, perché si comprende che ciò che accade nel presente non avrà  più il tempo di trasformarsi nella musica, spesso dolce e malinconica, dei ricordi.</p>
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		<title>Dedicato agli stupidi</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 05:37:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Petrucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[allaccia le cinture]]></category>
		<category><![CDATA[always wear your seat belt]]></category>
		<category><![CDATA[cinture di sicurezza]]></category>
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		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>

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		<description><![CDATA[La potenza emotiva di questo spot è incredibilmente alta, poche volte mi sono emozionato guardando uno spot, ma questo è davvero ben fatto. Per tre volte, nel giro di poco, l&#8217;ho guardato, mostrandolo a qualche amico, e per tre volte mi è venuta la pelle d&#8217;oca. Non capisco come ci siano ancora persone che non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
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</p>
<p style="text-align: justify;">La potenza emotiva di questo spot è incredibilmente alta, poche volte mi sono emozionato guardando uno spot, ma questo è davvero ben fatto. Per tre volte, nel giro di poco, l&#8217;ho guardato, mostrandolo a qualche amico, e per tre volte mi è venuta la pelle d&#8217;oca.</p>
<p style="text-align: justify;">Non capisco come ci siano ancora persone che non allaccino le cinture di sicurezza, a volte sento scuse tipo: &#8220;la indosso solo in autostrada&#8221; o &#8211; peggio &#8211; che &#8220;è meglio non averle perché in caso ci si cappotti&#8230;&#8221;. Si pensa sempre che gli incidenti capitano agli altri, ci sentiamo immuni. Tempo fa ho perso un amico che in un incidente, era il passeggero e non indossava la cintura, è stato scaraventato fuori dall&#8217;auto e poi travolto dall&#8217;auto stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non voglio angosciarvi con questi ricordi e nemmeno voglio mettermi a scrivere di statistiche, di 6000 persone che ogni anno muoiono per incidenti stradali o a dirvi che un tamponamento a 50 Km/h equivale ad una caduta dal quarto piano.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi chiedo solo di condividere questo video, nella speranza che possa salvare qualche vita.</p>
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		<title>Ubuntu &#8211; ai mondiali di calcio, ma cosa vuol dire? Ecco la spiegazione</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 06:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Petrucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[africa]]></category>
		<category><![CDATA[mondiali di calcio]]></category>
		<category><![CDATA[nelson mandela]]></category>
		<category><![CDATA[ubuntu]]></category>

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		<description><![CDATA[Forse qualcuno di voi ha fatto caso alla parola UBUNTU durante le sigle delle trasmissioni sul Mondiale di calcio in Africa. Ma quanti di voi conoscono davvero il significato di questo termine? Per molti Ubuntu è sinonimo di Linux (il famoso sistema operativo), ma in questo caso il significato è un altro; anche se credo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><img class="alignnone" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px;" title="ubuntu_africa" src="http://sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash2/hs049.ash2/35807_1470243326709_1552382118_31143321_911936_n.jpg" alt="ubuntu africa" width="353" height="265" /></h2>
<p style="text-align: justify;">Forse qualcuno di voi ha fatto caso alla parola UBUNTU durante le sigle delle trasmissioni sul Mondiale di calcio in Africa.</p>
<p>Ma quanti di voi conoscono davvero il significato di questo termine?</p>
<p>Per molti Ubuntu è sinonimo di Linux (il famoso sistema operativo), ma in questo caso il significato è un altro; anche se credo che &#8220;quelli di Linux&#8221; lo abbiano scelto proprio per la filosofia che c&#8217;è dietro.</p>
<p>Inizio con una citazione di Nelson Mandela a proposito del significato di Ubuntu: &lt;&lt;Una persona che viaggia attraverso il nostro paese e si ferma in un villaggio non ha bisogno di chiedere cibo o acqua: subito la gente le offre del cibo, la intrattiene. Ecco, questo è un aspetto di Ubuntu, ma ce ne sono altri. Ubuntu non significa non pensare a se stessi; significa piuttosto porsi la domanda: voglio aiutare la comunità che mi sta intorno a migliorare?&gt;&gt;</p>
<p>Interessante vero?</p>
<p>In altre parole, Ubuntu proviene dalla lingua Bantu che fa parte del gruppo delle lingue &#8220;Niger-Congo&#8221; che rappresentano le lingue più parlate nel continente africano.</p>
<p>La filosofia che c&#8217;è dietro alla parola Ubuntu esorta a sostenersi ed aiutarsi reciprocamente, prendere coscienza dei propri diritti e dei propri doveri. Una spinta verso una pace che coinvolga tutta l&#8217;umanità.</p>
<p>Ecco alcune interpretazioni del senso di Ubuntu:<br />
 « Io sono perché noi siamo »<br />
 « Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti »<br />
 « Umanità verso gli altri »</p>
<p>Ubuntu è l&#8217;individuo in funzione delle sue diverse relazioni con gli altri.</p>
<p>Ora quando vedrete UBUNTU in TV saprete, se già non lo sapevate, il suo profondo ed importante significato.</p>
<p>Ognuno di noi dovrebbe adottare la filosofia Ubuntu nella propria vita, se davvero vogliamo aspirare ad un mondo migliore.</p>
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		<title>L&#8217;arte di comunicare (4)</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jul 2010 07:27:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Petrucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'arte di comunicare]]></category>

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		<description><![CDATA[L’ultima volta ci siamo lasciati col paradosso del barbiere, un quesito di Russel che  riporto qui di seguito: “In un villaggio c’è un unico barbiere. Il barbiere rade tutti e soli gli uomini che non si radono da soli. Il barbiere rade se stesso?” La risposta non è semplice perché ha a che fare con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignnone" title="comunicare" src="http://www.natura360.it/media/2009/10/corsi-comunicazione.gif" alt="comunicare" width="240" height="159" /></p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima volta ci siamo lasciati col paradosso del barbiere, un quesito di Russel che  riporto qui di seguito:</p>
<p style="text-align: center;"><em>“In un villaggio c’è un unico barbiere. <br />
 Il barbiere rade tutti e soli gli uomini che non si radono da soli. <br />
 Il barbiere rade se stesso?”</em></p>
<p style="text-align: justify;">La risposta non è semplice perché ha a che fare con la logica pura.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima supposizione: <em>il barbiere si rade</em>. (S1)</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’affermazione, secondo il paradosso, ci porta a concludere che <em>il barbiere non rade se stesso.</em> Siete perplessi? State pensando che abbia alzato un po’ il gomito? Allora fate un bel respiro ed analizziamo secondo la pura logica l’enunciato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(1) </em><em>Il barbiere rade tutti e SOLI gli uomini che NON si radono da soli.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il barbiere è uomo? Bertrand Russell non lo dice ed infatti ci sono una serie di supposizioni che possa essere donna con tutte le conseguenze. Errato. Il suo enunciato si basa sulla teoria degli insiemi ed è qualcosa di veramente  complesso. Nelle sue intenzioni, potete esserne ben certi, egli alludeva ad un barbiere che per definizione è uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo alla domanda: è uomo? Sì. Allora se normalmente si rade da solo, in base alla definizione (1) non rade se stesso, perché la definizione (1) dice che rade solo chi NON si rade.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora affermiamo che <em>il barbiere non si rade. </em>(S2)</p>
<p style="text-align: justify;">In base all’affermazione S2 ed alla logica dell’enunciato (1) il barbiere si rade poiché egli rade tutti gli uomini del villaggio che non si radono.</p>
<p style="text-align: justify;">Se avete il cervello in fumo e non c’avete capito nulla, non preoccupatevi vi siete appena imbattuti in un paradosso ed in quanto tale, senza una soluzione. Pensate che mise in crisi il matematico Kurt Gödel rendendo incompleta la sua opera sugli insiemi che aveva – che paradosso – appena pubblicato!</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Cosa insegna tutto ciò? Che l’uso sagace della logica può ritenersi un valido e tagliente strumento per portare consensi al nostro ragionamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di addentrarci nello studio della retorica, vi porto un altro esempio di paradosso che uso spesso per confondere i <em>fondamentalisti</em> della fede. Premetto che credere in Dio è un proprio diritto e non c’è niente di più libero della fede.</p>
<p style="text-align: justify;">Con queste persone cerco di dimostrare l’inesistenza di Dio in quanto essere onnipotente; utilizzando la retorica e gli strumenti della logica e del paradosso, è possibile dimostrare che Dio non è onnipotente ed infinito. Ecco come:</p>
<p style="text-align: center;"><em>“Se  Dio è davvero onnipotente, <br />
 Egli può creare un masso così pesante<br />
 che nemmeno Lui può alzare?”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo quali sono le possibili risposte e conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1252"></span></p>
<p style="text-align: justify;">1)      Sì, può farlo. Allora esisterà un masso con un peso X che è troppo pesante anche per Dio; quindi la potenza di Dio non è infinita (altrimenti riuscirebbe ad alzarlo) e di conseguenza Dio non è un essere infinitamente potente.</p>
<p style="text-align: justify;">2)      No, non può farlo. La sua potenza creativa, quindi, non è poi infinita (altrimenti ce l’avrebbe fatta). Ancora una volta si dimostra che Dio non è un essere infinitamente potente.</p>
<p style="text-align: justify;">Come vedete quale che sia la risposta, il nostro interlocutore dovrà piegarsi alla nostra logica, a meno che, pieno di rabbia, non decida di saltarci alla gola!</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo appena visto come l’uso del paradosso possa tornare a nostro favore in una discussione anche piuttosto impegnativa come questa.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, torniamo più nella didattica sulla retorica e scopriamo che fin dall’antichità essa si suddivide in tre fasi principali che sono:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>L’<em>inventio</em></li>
<li>La<em> dispositio</em></li>
<li>L’<em>elocutio</em></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Per essere precisi,  Aristotele ci metteva anche l’<em>actio</em> e qualcun altro aggiungeva anche la <em>memoria</em>. In ogni caso, queste fasi ci servono quando dobbiamo, ad esempio, preparare un discorso, ma possono tornarci utili anche per altre situazioni creative. Vediamole nel dettaglio.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’inventio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa parola latina (leggi <em>invenzio</em>) può trarre in inganno e farci pensare all’<em>inventare</em>, invece letteralmente significa “ricerca”, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Roland_Barthes">Roland Barthes</a> addirittura parla di “scoperta”. In altre parole, in questa fase si cercano tutti quegli elementi che possano tornarci utili per la costruzione del nostro discorso, ma anche dell’articolo che stiamo scrivendo e, qualche volta, del racconto che abbiamo deciso di mettere su carta. In questa fase non ci si preoccupa del <em>come</em> esporre gli argomenti, ma si vuole individuare il nocciolo della questione e tutti gli elementi che lo costituiscono: situazioni, ricordi, accadimenti, deduzioni, riflessioni, fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa fase si gettano le basi anche per elementi come il <em>sillogismo</em> e l’<em>entimema</em>. Troppe parole difficili? Vi state perdendo? Rilassatevi, non dovete mica impararle a memoria e nemmeno sostenere un esame. Vedrete, tra poco, che in realtà sono tutte cose semplici, molte delle quali già in vostro possesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>sillogismo</em> è uno strumento della dialettica che attraverso delle premesse – solitamente vere – trae una conclusione. Esempio: se alle ore 11.30 eri ad un bar del centro di Roma, e lo scontrino fiscale ne accerta la veridicità, allora di sicuro alle 11.40 non potevi trovarti sotto i portici a Bologna a sforacchiare il povero Peppino.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<em>entimema</em> invece è il mio preferito! Ah, lo ascolto ovunque, specialmente in TV quando ci sono i nostri amici politici. Mentre il sillogismo vuole dimostrare attraverso la verità, l’<em>entimema</em> è uno strumento retorico che ha come scopo principale la persuasione dell’auditorio,  ottiene il massimo quando chi ascolta non ha il bagaglio culturale per comprendere e seguire ragionamenti troppo complessi. L’<em>entimema</em> si basa principalmente sulle promesse, di solito probabili e verosimili, due cose che non sono sinonimo di verità o certezza. Un esempio molto semplice: “È italiano, dunque ha buon gusto!”, ma anche “Vinceremo perché siamo i più forti!”. Semplice no?</p>
<p style="text-align: justify;">Ricapitolando, nell’inventio cerchiamo ed organizziamo tutti gli elementi che ci serviranno per il discorso o altra situazione creativa di cui abbiamo bisogno.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La dispositio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una volta raccolti tutti gli elementi utili nella fase dell’inventio, dobbiamo ordinarli o disporli nel modo che ci permetterà di avere l’effetto migliore su chi ci ascolta o legge. Qui ci si diverte, perché entrano in gioco fattori che coinvolgono le considerazioni logiche, psicologiche, ma anche formali e di convenienza, senza dimenticare i fattori strategici. Nella <em>dispositio </em> ci si occupa di suddividere il discorso, ordinare i contenuti e fissare bene le parole nella formulazione delle idee.</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso (ma anche  romanzi o racconti) si suddivide nei seguenti elementi:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>L’esordio</li>
<li>La narrazione</li>
<li>L’argomentazione</li>
<li>L’epilogo</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’esordio</strong> si ha il preambolo del discorso; s’introducono i fatti, un po’ come nel prologo delle rappresentazioni teatrali. Ricordate il prologo di “Giulietta e Romeo”? Vado a memoria, perdonatemi: <em>due casate, di pari nobiltà, in questa bella Verona, dove noi poniamo la nostra scena, per antichi rancori oggi prorompono in nuove risse da cui mani fraterne escono sporche di sangue fraterno […]</em></p>
<p style="text-align: justify;">Si cerca anche di conquistare l’attenzione e la benevolenza di chi ci ascolta (o legge), quella che i latini chiamavano <em>captatio benevolentiae</em>. La usano molto i bravi  oratori, quelli che iniziano con qualche battuta divertente tanto per disporre favorevolmente l’attenzione dell’auditorio. Per i più coraggiosi tra voi lettori, consiglio “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dialettica_eristica">Dialettica eristica</a>” di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Arthur_Schopenhauer">Arthur Schopenhauer</a>, ma anche il libro, dello stesso autore, “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/L'arte_di_ottenere_ragione">L’arte di ottenere ragione</a>”. Qui su LetterMagazine Raffaele Abbate si è invece occupato della recensione del libro “<a href="http://www.lettermagazine.it/?p=6006">L’arte d’insultare</a>” sempre di Schopenhauer.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La narrazione</strong> è l’esposizione vera e propria dei fatti, è qui che s’informa, ma bisogna prestare molta attenzione al come si fa, soprattutto per non annoiare chi ci ascolta. Le caratteristiche fondamentali dovrebbero sempre essere la brevità, la chiarezza e la verosimiglianza; quest’ultima dovrebbe coincidere con la verità dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’argomentazione</strong> si ha il vero e proprio attacco, allo scopo di far valere la propria tesi oppure di confutare quella dell’avversario. È qui che avviene la vera e propria persuasione. Possiamo utilizzare le prove (o argomenti) trovate nella fase dell’inventio, esse possono essere <em>prove di fatto</em>: non è possibile che tu fossi contemporaneamente a Roma ed a Bologna; <em>prove per induzione</em>: se alle 12 eri a casa al telefono con Tizio, non è possibile che dieci minuti dopo fossi a cento chilometri di distanza; <em>prove per deduzione</em>: è sempre stata una brava persona, ecco perché non può essere il colpevole.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’epilogo</strong> è la fase conclusiva, dove si riepilogano i temi trattati e si da’  una visione d’insieme. È qui che si può scegliere di colpire l’emotività e provare a commuovere (<em>perorazione</em>) oppure ad indignare, suscitare odio, sdegno, passione e forza. Chi non ricorda la fine del discorso di Rocky 4: <em>se io posso cambiare, e voi potete cambiare… tutto il mondo può cambiare!</em> E via con gli applausi. Il discorso è retorica pura e v’invito ad ascoltarlo: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=yvVkMs9WNoE">fate clic qui</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Siamo sempre nell’ambito della dispositio ed abbiamo visto come organizzare il discorso e sempre in quest’ambito è necessario porre attenzione  all’ordinamento dei contenuti. Ci sono diverse tecniche, quella più semplice è ordinarli cronologicamente,  è possibile però, in base alla strategia che si vuole adottare, disporre prima gli argomenti più forti oppure quelli più deboli per arrivare a quelli il cui impatto su chi ascolta è maggiore. Un’ultima tecnica è quella di iniziare e finire con elementi forti.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, ma questo è un discorso puramente estetico, ci si chiede se le parole andrebbero ordinate in un certo modo piuttosto che in un altro. Ascoltate queste frasi e scegliete quelle che secondo voi suonano meglio:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Prendi penna e calamaio </li>
<li>Prendi calamaio e penna</li>
<li>Facciamo armi e bagagli ed andiamo</li>
<li>Facciamo bagagli ed armi ed andiamo</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Scommetto che avete scelto “penna e calamaio” e “armi e bagagli”, vero? La ragione è che una regola generale dice che è meglio la parola più breve segua quella più lunga. Addirittura c’è chi parla del <em>climax</em> (ascendente o discendente) della frase ovvero l’andamento della progressione ritmica delle parole nella frase. Facciamo un esempio riprendendo il discorso di Rocky Balboa – lo avreste immaginato che Rocky con l’occhio gonfio e la bocca storta potesse tenere un corso di retorica? – egli conclude con <em>Se io posso cambiare, e voi potete cambiare… tutto il mondo può cambiare! </em> Che è un classico climax ascendente, egli parte da sé, coinvolge gli spettatori e finisce per inglobare tutto il mondo. Di solito il climax ascendente ha <em>ascendente</em> anche su chi ascolta, è molto coinvolgente. Ne volete una prova? Immaginiamo che Rocky abbia scelto un climax discendente per la sua frase conclusiva: <em>Tutto il mondo può cambiare se cambiate voi e cambio io.</em> Non è proprio la stessa cosa.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;">Il mio contatore di parole mi dice che sono arrivato a quota 1737, davvero troppe, di solito cerco di rimanere nelle 1500.</p>
<p style="text-align: justify;">Parleremo dell’elocutio nella prossima puntata.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi lascio con le parole del professor Raffaele Simone, professore ordinario di Linguistica Generale. Un breve video di tre minuti,  davvero interessante. Se avete domande, usate i commenti. Saluti!</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>E mi troverai</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 13:53:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Petrucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[e mi troverai]]></category>
		<category><![CDATA[sergio cammariere]]></category>

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		<description><![CDATA[Per te&#8230; Le sento passeggiare nel cuore silenziose come le rose le rime fioriscono in te&#8230; Mi son detto un poeta non scrive soltanto per sé. C&#8217;è qualcosa che arriva di notte e poi spinge l&#8217;inchiostro. Puoi trovare un senso nascosto, una porta che si apre al confine tra sogno e realtà. Ma il futuro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per te&#8230;</p>
<p>
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</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<div id="_mcePaste">Le sento passeggiare nel cuore silenziose come le rose le rime fioriscono in te&#8230; Mi son detto un poeta non scrive soltanto per sé. C&#8217;è qualcosa che arriva di notte e poi spinge l&#8217;inchiostro. Puoi trovare un senso nascosto, una porta che si apre al confine tra sogno e realtà. Ma il futuro è già in viaggio incurante del nostro rumore.</div>
<div></div>
<div>Orizzonti crollati negli occhi di chi guarderà quella luna su quel mare lontano dove i sogni ora attendono chi liberarli potrà. E mi troverai, se vorrai sai dove cercarmi e mi troverai nell&#8217;azzurro al tramonto sui campi, e mi troverai dentro di te&#8230;</div>
<div></div>
<div>E ho messo le parole ad asciugare al sole come se il vento potesse portarle da te, ora che comincia a farmi male la nostalgia che ho per quello che ora rivivere, non è possibile e non dirmi poi che sarebbe lo stesso? C&#8217;è qualcosa di te che oramai è già parte di me&#8230;</div>
<div></div>
<div>E mi troverai, se vorrai sai dove cercarmi, finché un giorno poi capirai che le cose che cerchi le hai lasciate qua dentro di me&#8230; Le sento passeggiare nel cuore silenziose come le rose le rime fioriscono in te, ora che ho messo le parole ad asciugare al sole come se il vento potesse portarle da te&#8230;</div>
<div></div>
<p><br class="spacer_" /></p>
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		<title>La mia Alcatraz</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 13:38:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Petrucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[alcatraz]]></category>
		<category><![CDATA[jack folla]]></category>

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		<description><![CDATA[Io sono il condannato ed il carceriere. Sono l&#8217;uomo in gabbia e quello che ha gettato la chiave. Io sono fuori e dentro di me, e come mi sono rinchiuso, così posso venirne fuori. E&#8217; così che ognuno di noi crea la propria Alcatraz. [J.Folla] http://www.massimopetrucci.it]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.massimopetrucci.it/wp-content/uploads/2010/07/ingabbia.jpg"><img class="size-full wp-image-1267 alignnone" title="ingabbia" src="http://www.massimopetrucci.it/wp-content/uploads/2010/07/ingabbia.jpg" alt="donna in gabbia" width="400" height="289" /></a></p>
<p>Io sono il condannato ed il carceriere.</p>
<p>Sono l&#8217;uomo in gabbia e quello che ha gettato la chiave.</p>
<p>Io sono fuori e dentro di me, e come mi sono rinchiuso, così posso venirne fuori.</p>
<p><em>E&#8217; così che ognuno di noi crea la propria Alcatraz</em>.</p>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p>[J.Folla]<br />
<span style="font-size: x-small;"><a href="http://www.massimopetrucci.it ">http://www.massimopetrucci.it</a></span><a href="http://www.massimopetrucci.it "> </a></p>
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		<title>Viaggio ad Istanbul &#8211; L&#8217;arrivo</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 13:07:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Petrucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[istanbul]]></category>
		<category><![CDATA[ricordi da Istambul]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;arrivo nella città di Istanbul è caotico, le strade sono fatte da pessimo asfalto che al calore si scioglie attaccandosi agli pneumatici. I segnali stradali sono un optional e le strade da senso unico diventano a doppio senso senza alcun preavviso, schivo un frontale con un camion ed incasso gli improperi del camionista turco. Anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignnone" title="istanbul_traffico" src="http://www.johnnyjet.com/photos/Turkey-Istanbul-2009-37.jpg" alt="istanbul traffico" width="640" height="425" /></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;arrivo nella città di Istanbul è caotico, le strade sono fatte da pessimo asfalto che al calore si scioglie attaccandosi agli pneumatici. I segnali stradali sono un optional e le strade da senso unico diventano a doppio senso senza alcun preavviso, schivo un frontale con un camion ed incasso gli improperi del camionista turco. Anche io gli ricordo che forse la madre in quel momento stava facendo il mestiere più antico del mondo, ma nessuno dei due saprà mai cosa ha detto l&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è un traffico che non mi aspetto, inoltre i guidatori turchi devono avere un&#8217;appendice direttamente collegata al clacson perché ogni qual volta che rallento, mi strombazzano, appena scatta il verde di un semaforo, mi strombazzano, se non li lascio passare, mi sorpassano da destra o da sinistra e&#8230; mi strombazzano!</p>
<p style="text-align: justify;">Come napoletano non sono nuovo al traffico ed a situazioni di &#8220;comportamenti creativi&#8221;, ma qui è tutto moltiplicato per dieci; quasi mi sento uno svizzero in Italia!</p>
<p style="text-align: justify;">Non so come, ma alla fine arriviamo all&#8217;albergo che avevamo prenotato via Internet comodamente seduti davanti al PC qualche mese prima. Ecco un&#8217;altra sorpresa: non c&#8217;è parcheggio nemmeno a pagarlo! Gianluca riesce a trovare un buco per la sua Punto grigia, io invece giro a vuoto per non so quante volte. Alla fine uno dei portantini, forse spinto dalla pietà dopo il mio sessantaquattresimo giro attorno all&#8217;albergo, mi spiega, tra gesti e parole incomprensibili,  che lì vicino c&#8217;è un garage o qualcosa del genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivo ad uno spiazzo terroso, mi accoglie un tale in canottiera, baffoni e pelle olivastra. Al sorriso manca un dente, mi dice non so cosa e m&#8217;indica dove andare. Era quello il garage di cui mi avevano parlato? C&#8217;è da dire che la mia auto, una Hyundai Matrix nera, ha solo un mese di vita e sto per metterla nelle mani di un perfetto sconosciuto. Mi prende il panico quando il tizio in canottiera mi dice che devo lasciargli anche le chiavi! Non ho alternative, devo fidarmi, anche perché non mi rilascia nemmeno uno scontrino, nemmeno un pezzo di carta, niente di niente. Torno in albergo a piedi, ma sono turbato, talmente turbato che passo un&#8217;ora buttato sul letto con lo sguardo fisso al soffitto ed il cervello che proietta immagini della mia auto che viene smontata e portata chissà dove.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine decido di abbandonarmi al destino, vada come vada. Mi alzo e faccio una doccia, ci aspetta la prima passeggiata nella città storica. Un mondo da scoprire.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;accompagnatrice &#8211; Nina Berberova</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 06:13:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo Petrucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Io lo leggerei]]></category>
		<category><![CDATA[l'accompagnatrice]]></category>
		<category><![CDATA[nina berberova]]></category>
		<category><![CDATA[recensione libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Avevo stivali ricavati da un tappeto, il vestito fatto con una tovaglia, il mantello con un mantello della mamma e il cappello con un cuscino ricamato d’oro. Poteva vivere, ma poteva anche morire. Tutto ciò a Sonecka non importava, ne era completamente indifferente. Chi è Sonecka? È la figlia di un&#8217;insegnante di pianoforte, la figlia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="L'accompagnatrice - Nina Berberova" src="http://www.lineadiconfine.it/ldc/wp-content/uploads/2009/11/Laccompagnatrice.jpg" alt="L'accompagnatrice - Nina Berberova" width="180" height="281" />Avevo stivali ricavati da un tappeto, il vestito fatto con una tovaglia, il mantello con un mantello della mamma e il cappello con un cuscino ricamato d’oro</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Poteva vivere, ma poteva anche morire. Tutto ciò a Sonecka non importava, ne era completamente indifferente. Chi è Sonecka? È la figlia di un&#8217;insegnante di pianoforte, la figlia di un momento d&#8217;amore, un altro modo per non dire figlia di un errore, di un momento di follia tra l&#8217;insegnante ed uno studente, follia che forse era anche amore. Tutti sono sempre pronti a dare giudizi, a chiudere porte, per poi mettersi a spiare dallo spioncino. Così Katerina Vasilévna Antonovskaja, madre di Sonecka, è costretta a lasciare il Conservatorio, nessuno voleva più affidarle i propri figli; cosicché, nel giro di qualche mese, mamma e figlia si ritrovarono senza un soldo e con un unico allievo, un tipo allo stesso modo strano e geniale: Mitenka.</p>
<p style="text-align: justify;">È proprio grazie a questo personaggio che Sonecka trova un lavoro che le cambierà la vita. La ragazza, che nel frattempo aveva imparato a suonare il pianoforte, avrebbe fatto l&#8217;accompagnatrice di una famosa cantante: Marija Nicolaevna.</p>
<p style="text-align: justify;">Pietroburgo, anno 1919: enormi mucchi di neve, silenzio, freddo e fame. La pancia gonfia di farina d&#8217;orzo, i piedi non lavati da un mese, le finestre tappate con stracci, la fuliggine colante delle stufe.</p>
<p style="text-align: justify;">Così Sonecka giunge alla casa della cantante, bussa, si meraviglia che il campanello funzioni, entra e la sua prima esclamazione è: &lt;&lt;Fa caldo, mio Dio, fa caldo!&gt;&gt; Un&#8217;enorme stufa riempie la stanza con il suo calore, e poi tappeti, tende, fiori freschi. È tutto un altro mondo, quasi un paradiso all&#8217;interno di un inferno.</p>
<p style="text-align: justify;">Marija Nicolaevna è solare, bella, sana, perfino buona, disponibile. Sembra perennemente felice.</p>
<p style="text-align: justify;">Apparentemente questa potrebbe già sembrare un finale, di quelli rosa, in cui la ragazzina magra, bruttina e povera trova chi le regala una nuova vita, fatta di lusso e privilegi che fino a pochi istanti prima sembravano impossibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece s&#8217;innesca in Sonecka una strana condizione psicologica, un&#8217;invidia sotterranea, strisciante, che la porta quasi a desiderare la rovina della sua salvatrice.</p>
<p style="text-align: justify;">La vita di Marija Nicolaevna sembra invece perfetta, diventa sempre più famosa e Sonecka vive al buio della sua ombra, fino a quando la cantante non le dà una lettera da imbucare. Sonecka scopre che forse quella vita non è così impeccabile, anche Marija Nicolaevana ha i suoi indicibili segreti.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1244"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nina Berberova, in questo suo romanzo, mette bene in luce quegli strani meccanismi d&#8217;invidia e competizione che troppo spesso caratterizza il mondo delle donne. Con estrema lucidità mette in scena l&#8217;ambivalenza che spesso contraddistingue i sentimenti umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Centotré pagine di rara bellezza. Il romanzo è stato scritto nel 1934, ma è stato pubblicato in Francia solo nel 1985. Quello che mi ha stupito è la modernità della scrittura, uno stile fluido, netto, chiaro. Un libro che si può leggere anche in una notte.</p>
<p>Nel 1992, Claude Miller s&#8217;ispira per l&#8217;omonimo film, di cui di seguito potete vedere qualche scena.<br />
 <a href="http://www.youtube.com/watch?v=p7xLobKQJpc&amp;feature=related">httpv://www.youtube.com/watch?v=p7xLobKQJpc&amp;feature=related</a></p>
<p>Potete leggere qualche pagina direttamente dal servizio Book di Google seguendo questo link: <a title="L'accompagnatrice - Nina Berberova" href="http://books.google.it/books?id=FOzKRKHW3X4C&amp;lpg=PA21&amp;ots=mOdUS3B5dj&amp;dq=Avevo%20stivali%20ricavati%20da%20un%20tappeto%20%22l'accompagnatrice%22&amp;pg=PP1#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank">L&#8217;accompagnatrice</a>.</p>
<blockquote><p>L&#8217;accompagnatrice<br />
 Nina Berberova<br />
 Universale Economica Feltrinelli<br />
 Prezzo 6,5o euro</p>
</blockquote>
<h2>Quale nota sulla scrittrice</h2>
<p><img class="alignnone" title="Nina Berberova" src="http://farm3.static.flickr.com/2692/4382926142_8d80311372_o.jpg" alt="Nina Berberova" width="352" height="325" /></p>
<blockquote><p style="text-align: justify;">Porto come un dono del destino quello della condizione per cui due sangui diversi, quello russo, settentrionale, e quello armeno, meridionale, si sono fusi in me.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a title="Nina Berberova" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nina_Nikolaevna_Berberova" target="_blank">Nina Berberova</a> nasce a Pietroburgo nel 1901, muore a Filadelfia, a causa di una caduta, nel 1993.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1922 lascia la Russia, siamo in piana rivoluzione <a title="Soviet - approfondimento" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Soviet" target="_blank">Soviet</a>, sull&#8217;onda della persecuzione degli intellettuali. Emigra in Francia, a Parigi, dove rimane fino al 1950 quando si sposta negli Stati Uniti. Qui inizia la sua carriera di accademica alla Yale University e poi alla Princeton University (1971).</p>
<p style="text-align: justify;">Nina Berberova è da molti considerata il cantore della malinconica vita degli emigranti russi, incapaci di adattarsi alla dura realtà di una nuova vita lontana dalla madre patria e perduti nel sogno di un passato incantato, in una Russia spesso più immaginata che reale.</p>
<p style="text-align: justify;">Consiglio di leggere &#8220;<em>Il corsivo è mio</em>&#8221; un suo romanzo autobiografico, in cui mette in luce aspetti molto crudi e, per certi versi, affascinanti della sua vita.</p>
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