
I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.
Vincenzo Cardarelli

L’articolo che segue è di Andrea De Carlo, è la sua versione integrale e l’ho riportato qui perché condividere il suo link dal sito di De Carlo su Facebook sembra impossibile; forse perché troppo lungo (il link). Tuttavia, per chi voglia leggerlo direttamente dal sito ufficiale, può fare clic qui: Perché non partecipo ai premi letterari.
Massimo Petrucci
Da anni non partecipo con i miei romanzi ai premi letterari. Non è una scelta ideologica, nasce dall’esperienza diretta. Il fatto è che so come funzionano i premi, almeno quelli che incrementano le vendite di chi li vince.
Naturalmente ci sono premi – la maggior parte – che non hanno nessun effetto sulle vendite. Vengono assegnati da comuni, enti e associazioni per lo più a scopo di promozione locale; gli scrittori li ritirano per i soldi acclusi e per il piacere di essere celebrati, e per poter citare i nomi e gli anni dei premi ricevuti nei risvolti dei propri libri, tra parentesi di fianco ai titoli della bibliografia. Ci sono anche alcuni premi – la minima parte – assegnati da gruppi di lettori che decidono davvero in base al piacere di leggere e all’autentica convinzione. Non è di questi che sto parlando: parlo dei premi che permettono di raddoppiare o anche decuplicare una tiratura iniziale, e che di conseguenza suscitano brame da parte degli editori, accattonaggio da parte degli autori, ricatti e baratti da parte dei giurati.
Nel 1982 il mio editore di allora (Einaudi) mi aveva fatto partecipare al premio Strega con il mio secondo romanzo, ‘Uccelli da gabbia e da voliera’. Subito qualcuno mi aveva chiarito che il vincitore di quell’anno era già stato deciso molto prima delle votazioni: Goffredo Parise, con il suo ‘Sillabario numero due’. Parise era molto malato (per davvero, non per finta come un altro scrittore che anni prima era riuscito a vincere lo Strega raccontando a tutti di essere moribondo) e il suo era un buon libro, così credo che in quel caso si fosse trovato un accordo tra le parti senza grandi conflitti. Sapere che non c’era una vera gara mi aveva tolto un peso di dosso, e mi aveva permesso di osservare con curiosità il mondo letterario in cui mi ero affacciato da poco e di cui non sapevo ancora quasi niente. Nel corso di alcune conversazioni, interviste, ritrovi pomeridiani in salotti avevo avuto conferma delle mie prime impressioni: si trattava di una grande famiglia un po’ incestuosa, i cui membri erano legati gli uni agli altri da un fitto intreccio di amicizie, rapporti professionali, scambi di favori, appartenenze politiche o aziendali, rivalità, invidie, rancori coltivati a lungo. Gli uffici stampa delle case editrici facevano il loro frenetico lavoro tra lusinghe e pressioni, gli scrittori firmavano copie e sorridevano e baciavano e ringraziavano, i giurati si negavano e si offrivano, i voti venivano raccolti e spostati come in una grande partita di dama. Poi mi ricordo la calda serata romana della votazione finale, nel Ninfeo di Villa Giulia allestito con tavoli e fiori e telecamere: le signore vestite come antiche matrone, gli uomini nelle loro migliori giacche estive, le facce note dei ‘personaggi della cultura e dello spettacolo’, gli abbracci e le risate, le coppe di champagne, gli sguardi di riconoscimento e di controllo, i nomi che ricorrevano, bisbigliati e ad alta voce. Leggi il resto di questo articolo »

Sicuramente vi sarà capitato, più di una volta, di parlare con qualcuno, essere sicuri che il vostro linguaggio sia chiaro e comprensibile, ma continuate a precipitare in disguidi, malintesi e equivoci. Eppure voi ed il vostro interlocutore state parlando la stessa lingua, allora cos’è che non sta funzionando?
Una volta, un amico iniziò a sfogarsi raccontandomi i suoi problemi con la ragazza. Mi disse quello che andava, ciò che non funzionava, mi spiegò episodi, situazioni, discussioni tra loro. Parlava e parlava senza chiedermi nulla. Sembrava non volere ascoltare il mio parere, come se non gli interessasse la mia opinione. Ad un certo punto ho cominciato a chiedermi: <<Cosa vuole da me? Perché mi sta dicendo tutto questo?>>
Sostanzialmente una comunicazione si basa su due modalità:
- chiedere per sapere
- chiedere per ottenere
Tizio: <<Sai cosa è successo a Luca?>>
Caio: <<Ti riferisci al fatto che lo hanno scoperto con…? >>
Tizio: <<Certo, dico io, tu hai famiglia, figli… >>
Caio: <<È una vergogna! Intanto chi l’avrebbe immaginato>>
Tizio: <<A dire il vero, una mezza idea me l’ero fatta>>
Nell’articolo precedente ci siamo lasciati con il discorso di Marc’Antonio per il compianto Cesare. Ora vediamo nel concreto alcuni passaggi chiave e che tecnica retorica ha usato Marc’Antonio per attaccare e scardinate il discorso appena concluso di Bruto. Ricordiamo che il popolo aveva acclamato Bruto, addirittura qualcuno aveva gridato che era volontà del popolo stesso che Bruto diventasse il nuovo Cesare.
Analizziamo la frase di apertura: << Amici, Romani, compatrioti, prestatemi orecchio: io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo. Il male che gli uomini fanno sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa e così sia di Cesare>>.
Cosa ha detto? Ha difeso Cesare? Ha attaccato Bruto? Tutti si sarebbero aspettato che Marc’Antonio difendesse a spada tratta l’amico Cesare, ma invece egli dice: <<io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo>>, così è come se volesse tranquillizzare la platea dicendo: “rilassatevi, non sono qui per difendere Cesare, ma a seppellirlo” e poi aggiunge una frase che potrebbe essere rivolta a Cesare, ma non solo; egli ammonisce dicendo che il male sopravvive sempre, il bene spesso si dimentica dopo la morte. Forse sarà così anche per Cesare.
Ora Marc’Antonio entra più nel merito del suo intervento: <<Il nobile Bruto v’ha detto che Cesare era ambizioso: se così era, fu un ben grave difetto e gravemente Cesare ne ha pagato il fio>>
Ancora una volta non attacca Bruto, anzi lo chiama come “nobile Bruto” e dà anche una possibilità alla sua tesi: “se così era, fu un grave difetto”, appunto “se”, non ha detto: “…Cesare era ambizioso e questo è un grave difetto” ha detto “se così era”. C’è una bella differenza, vero? Leggi il resto di questo articolo »
Quello che mi ha colpito di “Fahrenheit 451” è la capacità dell’autore di prevedere il futuro. Non che oggi bruciamo i libri, ma molte delle “cose di fantascienza” descritte nel romanzo, oggi sono realtà.
Cosa s’impara in un corso di retorica? Ma poi ‘sta retorica cos’è? A che serve?
Comincio con rassicurarvi con l’affermazione che la retorica serve davvero a tutti, ognuno dovrebbe essere in grado di saper parlare, infatti l’etimologia della parola retorica è proprio “arte del dire” (dal greco ῥητορική τέχνη, rhetoriké téchne). La retorica ha quindi, specialmente nel suo ambito moderno, una stretta connessione con la comunicazione ed il linguaggio.
L’arte del dire non è una prerogativa solo di chi, per mestiere, ha necessità di parlare in pubblico: politici, conferenzieri, venditori e rappresentanti. Saper esprimere la propria opinione e le proprie idee è una necessità di tutti.
Molto spesso siamo vittime inconsapevoli della retorica: a farne uso sono le pubblicità, i politici, gli imbonitori televisivi, e tutti coloro che sanno fare ben uso del linguaggio parlato e scritto.
Uno degli scopi della retorica è infatti la persuasione. Non pensate subito alla persuasione solo nella sua eccezione negativa, infatti spesso ci troviamo nella condizione di avere giuste considerazioni da fare, ma non siamo in grado di esprimerle nel modo più efficace per farle comprendere. La retorica viene di supporto proprio per aiutarci in questa necessità di comprensione delle proprie idee, fornendo gli strumenti per esporle nel modo migliore possibile, un modo che possa non solo farle comprendere al nostro interlocutore, ma che possa anche persuaderlo ad accettarle.
Come scrive Roland Barthes (1915-1980, saggista, critico letterario, linguista e semiologo francese) la retorica è una scienza che studia i fenomeni ed gli effetti del linguaggio, è una morale, perché conoscere gli strumenti del linguaggio per persuadere gli altri, impone un rigore morale per non farne un uso improprio (andatevi a leggere le considerazioni di Sant’Agostino in “Le confessioni”), è una pratica sociale (in passato l’uso della parola differenziava i potenti dai sudditi, in realtà anche oggi è più o meno così) ed è anche una pratica ludica, che permette attraverso l’uso delle parodie e degli scherzi, di creare giochi di parole e doppi sensi.
In questi miei “Appunti di retorica” (che si baseranno principalmente sul libro di Gianfranco Ricci “Corso di retorica) non voglio dilungarmi in contestualizzazioni storiche o approfondimenti sui grandi retorici (Platone, Ippocrate, Cicerone, Quintiliano, Agostino e via via fino ai giorni d’oggi), voglio invece concentrare le forze sulla pratica della retorica, con lo studio del suo ambito, dove viene utilizzata e come. Infatti la retorica è normalmente usata in letteratura, in teatro, in politica, in poesia e scopriremo anche altri luoghi dove la retorica è normalmente utilizzata.
Come abbiamo già detto la parola retorica ha origine greca e significa “l’arte del dire”. Successivamente il mondo latino l’ha adottata con il sostantivo rhetor ovvero retore, il “maestro di eloquenza” altrimenti detto “l’oratore”. Leggi il resto di questo articolo »

Chi sono gli eroi?
Se lo chiedi ad un bambino, ti risponde che è una persona forte, con i muscoli, una persona buona, che ti salva. Superman, quello sì che era un eroe, ma non quello che volava con la sua tutina blu ed il mantello rosso, piuttosto l’uomo che gli dava vita nei film, Christopher Reeve, rimasto paralizzato dal collo in giù dopo una caduta da cavallo. Quello che volava era l’eroe dei fumetti, quello che nemmeno le pallottole lo ferivano, ma nella vita di tutti i giorni, cadi da cavallo e rimani immobilizzato su una sedia a rotelle per il resto della tua vita e se non ti arrendi allora sei un eroe.

Venticinque anni su quella sedia, ma non si è arreso, anzi, ha intrapreso una lotta per aiutare chi come lui si trova ridotto ad un vegetale.
Ma oggi voglio parlare di altri eroi, perché è importante farlo, perché la gente si dimentica sempre più velocemente delle cose. Siamo così bombardati da notizie, informazioni ed eventi, che tutto passa per la memoria volatile, anche quelle cose che dovremmo ricordare per tutta la vita hanno difficoltà a depositarsi nelle coscienze.
La televisione manda ininterrottamente immagini e suoni e tra telestronzate e cose serie abbiamo difficoltà a discriminare, a dare peso ed a ricordare il giorno dopo.
Oggi si commemora la morte di Paolo Borsellino, ucciso dopo 57 giorni dalla morte di Falcone.
Stragi, una dopo l’altra. Allora chi sono gli eroi? Quelli con i muscoli e che volano? Quelli che tessono ragnatele? Quelli d’acciaio o che vedono attraverso le pareti? Chi sono gli eroi che ci difendono dal male?
Spesso sono persone invisibili, hanno giacca e cravatta, sono soprappeso, hanno i capelli bianchi, niente a che vedere con i fisici statuari e le tutine blu. Leggi il resto di questo articolo »

Cos’è che ti spinge a tornare sempre sugli stessi passi? È il profumo? Una melodia? Il ricordo di qualcosa che non vuole andare via, che ti è rimasto dentro e che ancora si fa sentire?
Non lo so, non ho risposte. Le domande sono talmente tante che ad un certo punto ne sento solo il rumore, un sottofondo monotono, come un treno lungo binari che non finiscono mai.
E tu? Per quali strade ti fermi e ti volti a guardare dietro? Gli occhi della gente alle volte sono così familiari che ho paura di voltarmi e vederti ovunque. Se mai dovessi rincontrarti forse passerei oltre per il timore che il cuore possa esplodere e le parole non arrivare. Oppure finirei per cadere in quei discorsi prefabbricati di lavoro e salute, di tempo che passa e noi che non siamo più noi; mentre nella mente urlano i ricordi e gli occhi sanno cosa dire e per questo sfuggono allo sguardo.
Giulia, se la vita avesse un’uscita d’emergenza, farei scattare l’allarme. Sfonderei la porta per cambiare il destino. Se sapessi che alla fine della strada ci fossi tu, potrei percorrerla correndo, tutta d’un fiato, senza fermarmi, fino a sfinirmi, fino allo stremo, se solo alla fine ci fossi tu…
Se la golosità fosse una dea, Chiara ne sarebbe l’incarnazione in Terra: il divino goloso che diventa carne!
Tutto ciò che è dolce, prima o poi diventa una sua preda. Tutti gli esseri umani hanno bisogno di ossigeno per vivere, Chiara no, lei vive di una miscela di gelato e coca cola.
A tavola però non è vorace come ci si aspetterebbe, anzi il più delle volte storce il nasino lentigginoso e glissa il piatto. A meno che quel piatto non sia una scatoletta di cartone con il marchio del Mc Donald’s, in quel caso i suoi occhietti vispi s’illuminano. In questi luoghi della perdizione globalizzata della cucina fatta in catena di montaggio, Chiara impazzisce per panini e patatine. Ma ciò che le fa perdere davvero la testa, che proprio non riesce a gestire, controllare, tenere a bada, resistere, ciò che la possiede come un demone da esorcizzare è il gelato e/o frappè e/o crepes al cioccolato!
E/o perché il massimo della goduria è un viaggio di sapori che parta da una crepes al cioccolato, passi per un fantastico frappè fino ad arrivare nell’apoteosi dei sapori, la cosa che proprio abbatte ogni possibilità di rinuncia: il gelato!
Il gelato, per quanto grande che sia, è divorato senza tregua, un cucchiaino dopo l’altro, senza pausa, in rigoroso silenzio, in totale concentrazione, così profonda da far pensare che Chiara, in quei momenti, sia in totale meditazione, stia correndo nel nirvana del gusto!
Un cucchiaino dopo l’altro, con le labbra che assaporano, trattengono il piacere, che si trasforma in brevi ed appena percettibili mugolii di estasi sublime. Continua senza mai fermarsi, fino all’ultima molecola di gelato, e per tutto questo tempo Chiara non distoglie un attimo lo sguardo dal suo oggetto di piacere, dalla sua fonte di inimmaginabile goduria; una comunione tra il divino goloso e l’essere vivente, l’apoteosi della più straordinaria bellezza del peccato di gola!
da “Ricordi da Istanbul” di Massimo Petrucci

