Articoli marcati con tag ‘giulio mozzi’

Il lettore cosa vuole da un libro? Tu cosa pensi? Non pensare ad un lettore generico, ma a ciò che senti tu, poiché prima ancora di essere uno scrittore (o scrittrice) o aspirante tale, sei sicuramente un lettore o quanto meno dovresti esserlo.

Allora, cosa vuoi da un libro? Probabilmente risponderai che vuoi delle emozioni, qualcosa che ti prenda e non ti lasci andar via, qualcosa di cui vuoi sapere come va a finire, che ti fa battere il cuore oppure spaventare, intrigare, sorprendere o incuriosire. Quello che è certo, è che non vuoi una storia banale.

In fin dei conti la letteratura è un buon modo per sperimentare cose altresì impossibili, provare a mettersi nei panni di chi conduce una vita molto diversa dalla nostra: un assassino, ad esempio, un detective, uno scienziato, un extraterrestre o una modella. Oppure possiamo aver voglia di ritrovare qualcosa che ci è appartenuto, come l’adolescenza o l’innamoramento, la delusione d’amore o l’avventura.

Quello che sicuramente non vogliamo è che ci venga raccontata una storia ordinaria, senza colpi di scena, senza conflitti di alcun genere; il motivo è che quando leggiamo un racconto in un libro, abbiamo voglia di credere.

Ho davanti a me “La fattoria degli animali” di G. Orwell. Devo leggere l’ultima pagina, ieri notte ci stavo provando, ma sono crollato. In fin dei conti erano le quattro del mattino e solo un paio d’ore prima avevo rischiato di morire: un’automobile non si è fermata al rosso e mi è piombata addosso. Per fortuna me la sono cavata solo con qualche contusione. Volevo leggere le ultime pagine del racconto di Orwell, ma la stanchezza è stata più forte della volontà, il fatto è che credevo e credo tutt’ora che quell’ultima pagina celi qualcosa, anzi ora sapete cosa faccio? Apro il libro e mi tolgo il pensiero.

È vero ciò che ho scritto? C’avete creduto? Forse sì o forse no; in ogni caso siete disposti a farlo, condividete questa innocua finzione, non vi turba e lo fate ogni qual volta iniziate a leggere un libro: siete disposti a credere. È un po’ quello che accade con i film, sapete benissimo che si tratta di finzione, che ci sono delle telecamere, degli effetti prodotti da un computer, che nessuno verrà ucciso davvero, che si tratta di attori su un set cinematografico. Eppure soffrite se il protagonista è nei guai, avete paura se la storia parla di mostri che scoperchiano tombe, piangete se si parla di sentimenti forti. Avete scelto di credere.

Attenzione però, siamo disposti a credere, ma non a lasciarci fregare, niente trucchi da quattro soldi come disse Geoffrey Wolff ad un gruppo di aspiranti scrittori. Leggi il resto di questo articolo »

Inizio questo quarto incontro con una frase di Sandro Veronesi: “Quando soffrono, i professionisti smettono di scrivere ed i dilettanti si mettono a scrivere”. Pensare alla scrittura come terapia, può andar bene se il nostro lettore è anche il nostro psicologo, per il resto è un concetto per buona parte sbagliato.

Sempre Veronesi, in una lezione tenuta alla Minimum Fax, dice: <<Il professionista lì si ferma [quando ha un problema], lotta con questo vento, risolve, per quel che può, o vi è travolto, se non riesce a risolvere i problemi, poi, dopo, quando questo momentaccio è passato, scrive.

Il dilettante, invece, BUM, subito prende questo flusso di merda che gli arriva addosso, e, per terapia, per consolarsi, per reggere meglio l’urto e illudendosi addirittura che questo nobiliti il suo gesto, scrive. In quel modo tu dai un imprinting alla tua natura di scrittore che non ti rappresenta. E ti porti appresso, anzi addirittura ci lavori… è come lavorare con una penna con un macigno sopra e scrivere con ‘sto macigno. Ti porti dietro questo ingombro addirittura nella pagina, addirittura dai alla pagina che scrivi, e che chissà perché io dovrei leggere, gli dai addirittura il compito di guarirti, di farti star meglio, di lenire il tuo dolore, alla scrittura o all’arte, diciamo, terapeutica. L’arte terapeutica c’è: è per i dilettanti, quelli che oggi lo fanno e domani non possono più farlo perché hanno vinto il concorso alle poste e non possono più scrivere, più recitare, più dipingere. Leggi il resto di questo articolo »

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