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L’arrivo nella città di Istanbul è caotico, le strade sono fatte da pessimo asfalto che al calore si scioglie attaccandosi agli pneumatici. I segnali stradali sono un optional e le strade da senso unico diventano a doppio senso senza alcun preavviso, schivo un frontale con un camion ed incasso gli improperi del camionista turco. Anche io gli ricordo che forse la madre in quel momento stava facendo il mestiere più antico del mondo, ma nessuno dei due saprà mai cosa ha detto l’altro.
C’è un traffico che non mi aspetto, inoltre i guidatori turchi devono avere un’appendice direttamente collegata al clacson perché ogni qual volta che rallento, mi strombazzano, appena scatta il verde di un semaforo, mi strombazzano, se non li lascio passare, mi sorpassano da destra o da sinistra e… mi strombazzano!
Come napoletano non sono nuovo al traffico ed a situazioni di “comportamenti creativi”, ma qui è tutto moltiplicato per dieci; quasi mi sento uno svizzero in Italia!
Non so come, ma alla fine arriviamo all’albergo che avevamo prenotato via Internet comodamente seduti davanti al PC qualche mese prima. Ecco un’altra sorpresa: non c’è parcheggio nemmeno a pagarlo! Gianluca riesce a trovare un buco per la sua Punto grigia, io invece giro a vuoto per non so quante volte. Alla fine uno dei portantini, forse spinto dalla pietà dopo il mio sessantaquattresimo giro attorno all’albergo, mi spiega, tra gesti e parole incomprensibili, che lì vicino c’è un garage o qualcosa del genere.
Arrivo ad uno spiazzo terroso, mi accoglie un tale in canottiera, baffoni e pelle olivastra. Al sorriso manca un dente, mi dice non so cosa e m’indica dove andare. Era quello il garage di cui mi avevano parlato? C’è da dire che la mia auto, una Hyundai Matrix nera, ha solo un mese di vita e sto per metterla nelle mani di un perfetto sconosciuto. Mi prende il panico quando il tizio in canottiera mi dice che devo lasciargli anche le chiavi! Non ho alternative, devo fidarmi, anche perché non mi rilascia nemmeno uno scontrino, nemmeno un pezzo di carta, niente di niente. Torno in albergo a piedi, ma sono turbato, talmente turbato che passo un’ora buttato sul letto con lo sguardo fisso al soffitto ed il cervello che proietta immagini della mia auto che viene smontata e portata chissà dove.
Alla fine decido di abbandonarmi al destino, vada come vada. Mi alzo e faccio una doccia, ci aspetta la prima passeggiata nella città storica. Un mondo da scoprire.
Se la golosità fosse una dea, Chiara ne sarebbe l’incarnazione in Terra: il divino goloso che diventa carne!
Tutto ciò che è dolce, prima o poi diventa una sua preda. Tutti gli esseri umani hanno bisogno di ossigeno per vivere, Chiara no, lei vive di una miscela di gelato e coca cola.
A tavola però non è vorace come ci si aspetterebbe, anzi il più delle volte storce il nasino lentigginoso e glissa il piatto. A meno che quel piatto non sia una scatoletta di cartone con il marchio del Mc Donald’s, in quel caso i suoi occhietti vispi s’illuminano. In questi luoghi della perdizione globalizzata della cucina fatta in catena di montaggio, Chiara impazzisce per panini e patatine. Ma ciò che le fa perdere davvero la testa, che proprio non riesce a gestire, controllare, tenere a bada, resistere, ciò che la possiede come un demone da esorcizzare è il gelato e/o frappè e/o crepes al cioccolato!
E/o perché il massimo della goduria è un viaggio di sapori che parta da una crepes al cioccolato, passi per un fantastico frappè fino ad arrivare nell’apoteosi dei sapori, la cosa che proprio abbatte ogni possibilità di rinuncia: il gelato!
Il gelato, per quanto grande che sia, è divorato senza tregua, un cucchiaino dopo l’altro, senza pausa, in rigoroso silenzio, in totale concentrazione, così profonda da far pensare che Chiara, in quei momenti, sia in totale meditazione, stia correndo nel nirvana del gusto!
Un cucchiaino dopo l’altro, con le labbra che assaporano, trattengono il piacere, che si trasforma in brevi ed appena percettibili mugolii di estasi sublime. Continua senza mai fermarsi, fino all’ultima molecola di gelato, e per tutto questo tempo Chiara non distoglie un attimo lo sguardo dal suo oggetto di piacere, dalla sua fonte di inimmaginabile goduria; una comunione tra il divino goloso e l’essere vivente, l’apoteosi della più straordinaria bellezza del peccato di gola!
da “Ricordi da Istanbul” di Massimo Petrucci

