Teatro: La morte di Carnevale
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La morte di Carnevale
Il mio debutto! Poche battute, ma ricordo che dopo la prima volta che ero uscito dalle quinte, l’emozione è stata cosà forte che non vedevo l’ora di ritornare in scena ancora ed ancora! Ricordo che, essendo un oste e considerato che l’osteria faceva parte della scenografia, di tanto in tanto mi affacciavo, anche se la mia presenza non era in copione. Non davo fastidio perché ero solo un oste fuori la sua osteria, ma per me era importante, essere in scena di dava delle piacevolissime emozioni.
Purtroppo non ho foto di questa commedia…
Note sulla commedia
Poche commedie dialettali hanno la festevolezza movimentata di queste, che il Viviani scrive, senza pretese, per sé e per la propria compagnia.
Che vivacità continua, che giocondità ardita e scanzonata ne La morte di Carnevale! Per tre atti il pubblico non ha fatto che ridere, perché per tre atti Raffaele Viviani non ha fatto che passar di trovata in trovata, con una spontanietà inesauribile. Il curioso si è che, in questa che, in parte è una farsa, e, per certi caratteri si ricongiunge talora alla vecchia commedia di Pulcinella e, per altri, alla colorita commedia d’ambiente, di tanto in tanto si notano certi freddi acidi spietati tocchi che avrebbero figurato benissimo nelle pià aspre commedie veriste.
Uomo di ingegno davvero, il Viviani, che si fabbrica il repertorio, e se lo recita, se lo canta, e se occorre se lo balla e se lo salta, versatile e divertente, pieno di vita in cià che scrive e in cià che fa. Carnevale è un vecchio strozzino, disegnato con tratti non convenzionali. à anzi il solo personaggio artistico della commedia; e l’attore Clement lo impersonà con una verità ammirevole. Vorrei spesso sentir recitare cosà! Carnevale sta in piedi a fatica; strozza ancora il prossimo, ma col fiato corto. Quando sente la morte alle spalle, vuol far testamento. ‘Ntunetta, la serva padrona, amante di Carnevale, e Raffaele, il nipote sfaccendato del vecchio, si contendono la sua eredità.
Ma Carnevale, ora che sta per partire per l’altro mondo, sente il peso delle molte iniquità commesse, e vorrebbe riscattarle. Percià lascia tutti i suoi sudici denari alle Opere pie. Appena egli è morto, nipote e serva si stemperano in finte lagrime. L’uno e l’altra sperano. Poi, per certe vociferazioni che odono, l’uno e l’altra si impauriscono. ‘Ntunetta si teme diseredata a beneficio di Raffaele; Raffaele sospetta che l’erede sia ‘Ntunetta. Per precauzione, fanno lega e risolvono di sposarsi. La lettura del testamento li desola. Asciugano in fretta le lagrime; e non son benedizioni quelle che mandano al defunto. “Poveri eravamo e poveri siamo”! dice Raffaele. “Uniamo le nostre miserie, come avevamo progettato di godere insieme i quattrini dello zio”. La serva accetta, e, quando l’accordo è preso, confessa che ha da parte centomila lire. Raffaele esulta. C’è, dunque, un po’ fortuna per lui! Tutto, nella vita, gli era andato a rovescio, sempre. Appena trovava un impiego, era sicuro di perderlo. S’era arruolato nelle guardie regie; s’era accomodato come fattorino in una banca; ventiquattr’ore dopo la banca era fallita; aveva trovato un posto di cantoniere ferroviario, addetto ai passaggi a livello; due giorni dopo erano state applicate le chiusure automatiche. Ma adesso, la serva con le centomila lire c’era! La iettatura era finita! Ma che! A mezza la notte, vengono a dire che Carnevale è vivo.
Il medico era stato ingannato da un caso di morte apparente. Raffaele è sul lastrico ancora una volta. I particolari spassosi di questa commedia sono innumerevoli. Macchiette, caricature, frizzi, beffe, satira, parodia, irriverenza, comicità e buffoneria, vecchi lazzi e malizie nuove, c’è di tutto! E c’è una sicura conoscenza del teatro e dei suoi pronti effetti, e un ottimo taglio delle scene e degli atti. [...]
RENATO SIMONI, “Corriere della Sera”, 5 gennaio 1930.
